mercoledì 26 maggio 2010

Il signore delle mosche - William Golding


 

I Contenuti

Con 14 milioni di copie vendute solo nei paesi di lingua inglese, Il Signore delle Mosche entra di diritto nella ristretta cerchia delle opere di alta letteratura che sono riuscite a realizzare tirature da bestseller di grandissimo consumo. Romanzo d’esordio dell’allora semisconosciuto William Golding, il libro uscì in Inghilterra nel 1954 grazie al caloroso appoggio di T.S.Eliot, ma il grande successo giunse con l’edizione economica pubblicata negli Stati Uniti nel 1959, che divenne un vero e proprio oggetto di culto soprattutto per il pubblico giovanile.
E sì che di accattivante nel romanzo c’è ben poco: un gruppo di bambini e ragazzi, in seguito a un disastro aereo durante un conflitto planetario, si ritrova su un’isola deserta senza nessun adulto. Parrebbe la situazione ideale per sperimentare un’organizzazione sociale fondata sulla libertà naturale, ma a poco a poco il gruppo cade preda delle paure e delle insicurezze dei singoli, che allentano il controllo razionale e lasciano emergere un’istintualità aggressiva e selvaggia: un’istintualità capace di distruggere qualsiasi forma di collaborazione o solidarietà, fino a un esito tragico che da un certo punto in poi appare davvero ineluttabile.
Romanzo a tesi sulla naturalità del male, Il Signore delle Mosche è tuttavia innanzi tutto una perfetta macchina narrativa, in cui le mai stanche dinamiche dell’intreccio riescono a fondersi con una sottilissima e raffinata analisi della psicologia infantile e con una profonda quanto sconsolata riflessione sui fondamenti antropologici della violenza e della brama di potere.



La Recensione

Cosa succede se un gruppo di ragazzi e bambini finiscono improvvisamente su un’isola deserta in mezzo all’oceano? Si potrà pensare che essendo giovani adolescenti o addirittura piccoli bambini non siano contagiati dalla malvagità più facilmente accostabile alle persone adulte e dunque si possa instaurare un “regno” idilliaco, fatto e vissuto da persone innocenti. Niente di più sbagliato; ma francamente non è che me lo doveva dire Golding, basta entrare in un asilo o in una scuola materna per capire che l’innocenza scompare all’intorno dei tre anni. Diciamo che si può tranquillamente recensire il libro dividendolo in due parti: quella puramente narrativa e quella “psicologica/antropologica”: Narrativa. La storia è a tratti lacunosa (un bambino che scompare e di cui non si sa più nulla in tutto il libro senza nessuna spiegazione), forzato in alcuni passaggi (poco credibile e forzata l’identità della bestia), poco scorrevole, ripetitivo e legnoso che rivela come la narrazione sia poco dinamica, dunque direi che è decisamente insufficiente. Psicologica: sicuramente l’autore è bravo nel cogliere le dinamiche del branco e il suo regresso allo stato selvaggio e all'irrazionalità fino ad arrivare all'omicidio, esplora bene quello che potrebbe essere il comportamento tipico di chi si ritrova all’improvviso alla mercé della natura selvaggia, ma traspaiono un po’ troppo le idee antiquate dell’epoca (il libro è del 1954, ndr), insomma l’idea c’è e anche l’ambientazione, ma a mio avviso rimane il tutto un po’ troppo sopravvalutato. Una conferma del fatto che essere premio Nobel non implichi scrivere un buon libro. Sicuramente fonte di commenti e di discussioni, ma esistono libri decisamente migliori.



Voto: 2/5
 

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