domenica 28 ottobre 2012

Norwegian Wood. Tokyo Blues - Haruki Murakami




 

I Contenuti

Per le strade di Tokyo, affollato crocevia di solitudini, Toru e Naoko, due ragazzi non ancora ventenni, camminano insieme in silenzio. Non sanno cosa dirsi, o forse hanno paura, parlando, di sfiorare il segreto che li tiene sospesi in mezzo alla folla: il ricordo di una sconvolgente tragedia che qualche anno prima li ha legati e divisi per sempre. Una struggente storia d’amore ambientata nel clima inquieto del Sessantotto giapponese, tra lotte studentesche e passioni culturali e politiche. Scandito da una colonna sonora d’eccezione, dai Beatles ai Doors, da Bill Evans a Miles Davis, il libro è il racconto di un’adolescenza che già sfuma nel mito.


La Recensione

Norwegian Wood, "Noruwei no mori", è un romanzo di Haruki Murakami del 1987 espressamente basato sul racconto "Hotaru" (La lucciola) di cinque anni prima. Scrisse questo libro come una sorta di "materasso", per staccare la spina tra la fine di un libro molto impegnato e l'inizio di un altro altrettanto onirico e difficile. Doveva essere un libro sentimentale leggero, di poco meno di trecento pagine.

Murakami definisce questo un romanzo d'amore «molto personale» e lo dedica ai suoi amici «che sono morti e a quelli che restano». In Italia il romanzo è stato pubblicato nel 1993 da Feltrinelli con il titolo di Tokyo Blues. Nel 2006 Einaudi ha curato questa nuova edizione, con l'introduzione del bravissimo Giorgio Amitrano e di Murakami stesso.

Parto subito col dire: "è bellissimo". Punto. Mi verrebbe da scrivere anche "leggetelo, assolutamente" e vorrei finire qui, ma vedrò di essere un poco più esplicito. E' molto diverso dagli altri Murakami da me letti fino adesso e sebbene i romanzi sentimentali non siano solitamente le mie letture preferite, questo è così bello, che tocca corde che vibrano, se suonate come solo l'autore riesce, a tutti.

E' una lettura molto soffusa, triste, malinconica, struggente, dai confini indistinti, che rimane incredibilmente irrisolto. Intriso di dolore, di nostalgia, di rimpianto ma allo stesso tempo dona speranza, verità anche nella morte. E' molto delicato come il tè, e molto ipnotico come le canzoni suonate alla chitarra armonica.

E' un libro che alla fine tratta di suicidio e di malattie mentali, è di una tristezza angosciante e oscilla continuamente tra fragilità e forza. Così, a farlo bollire per ore, rimane questo sedimento, che scritto così spaventa e invece ala fine è un bel libro, e Murakami è un genio, nel descrivere sensazioni applicate a qualsiasi cosa lui descriva. E non è neanche che puoi credere veramente che qualcuno possa vivere la vita di questi tre personaggi, ma questo è un libro e dunque alla fine chi se ne frega, lo leggi e lo ami e basta.

Watanabe ha 37 anni ed atterrando ad Amburgo sente diffondersi dagli altoparlanti “Norwegian Wood” dei Beatles, una versione edulcorata ma che lui riconosce subito; questo lo fa sprofondare nella sua adolescenza: a Naoko, Midori, Kizuki, Reiko e tutte quelle altre persone e tutti i luoghi e i tempi: la sua vita di studente in collegio, l’occupazione dell’università negli anni sessanta. E'che scritto così non rende molto, ma in questo racconto il lettore si smarrisce seguendo i dubbi, le esitazioni, lo stordimento e le scelte dei giovani protagonisti nell'affrontare quell'arduo passaggio tra l'adolescenza e l'età adulta. Un percorso in musica e in immagini vivide, circondate dell'indissolubile legame tra la vita e la morte. 

Una delle forze di questo libro è che si sedimenta pian piano, stratificandosi dentro al lettore. Dopo averlo letto continua a ritornare, come un refrain che non ti si toglie dalla testa. Mentre all'inizio la storia non mi aveva preso molto, dopo aver letto le prime cento pagine circa, non ho saputo più fermarmi e mi sono letto di un fiato tutte le altre. Queste sono le storie migliori.

Le fragilità dei personaggi, il Giappone stesso, vengono presentati come in un canto melodico, struggente, di una bellezza vissuta e sfuggita per sempre.

Lo dico per pochi libri, ma questo è meraviglioso.


Voto: 5/5

    lunedì 22 ottobre 2012

    Agostino, Tommaso e la filosofia medievale - Roberta De Monticelli




     

    I Contenuti

    Agostino, il più grande padre della Chiesa latina occidentale, e Tommaso, il massimo dottore della Chiesa, il «dottore angelico», sono in definitiva l’alfa e l’omega della grandiosa operazione di fusione o comunque intersezione fra filosofia e teologia, fede e intelligenza, fede e ragione, che distingue la tradizione medievale cristiana.


    La Recensione

    Questo piccolo libricino è il terzo di una collana di sedici volumetti, che altro non sono che la trasposizione scritta dell'opera in DVD intitolata "Il caffè filosofico", uscita in edicola qualche tempo fa con il quotidiano Il sole 24 ore. Con l'occhio e la mente completamente ignoranti in fatti di filosofia, giudico questa iniziativa molto ben fatta e interessante.

    Questo volumetto però, rispetto ai precedenti due, l'ho trovato molto più ostico nella lettura e mentre i primi erano chiarificatori rispetto agli argomenti trattati per un neofito, questo mi ha creato parecchia confusione. Non so se per via della scelta dei brani trattati o per la mia impreparazione verso l'argomento. Oltre a questo aggiungo il "fastidio" del tutto personale verso Agostino e Tommaso, che mettono Dio e la cristianità al centro di tutte le loro argomentazione; del tutto logico al tempo in cui vissero, ma decisamente contrarie alla mia personale visione del mondo.

    Rimane ottima la sintesi finale di Ferraris, che chiude il volume. 


    Voto: 1/5

      domenica 21 ottobre 2012

      Poesie d'amore - Nâzim Hikmet




       

      I Contenuti

      Per Nazim Hikmet una poesia d'amore è un nucleo di emotività e di pensiero in cui occorre riuscire a fondere tutti gli aspetti della propria vita. Poeta d'amore e contemporaneamente poeta di battaglie, la forza dei suoi versi, lontanissima dai cliché del lirismo erotico, risiede proprio in un'inesausta partecipazione a tutto cià che accade nel mondo. E' così che in un dettato poetico unico, nato dall'incontro tra dolcezza orientale e moderna asprezza dei ritmi occidentali, due culture e due modi di vivere si uniscono, in poesie che sono sintesi magnifica di due facce, quella lirica e quella epica, della personalità di Hikmet.


      La Recensione

      Numero ventinove, dedicato a Hikmet: è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito "comunista romantico" o "rivoluzionario romantico", è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell'epoca moderna. Continua così, questa bellissima iniziativa del Corriere della Sera, che porta un secolo di poesia nelle nostre case con le grandi voci del Novecento in una collezione di antologie inedite, con ricchi apparati e nuove introduzioni. Un appassionato racconto del mondo attraverso i versi dei più grandi poeti italiani e stranieri. 

      Hickmet, ebbe vita travagliata, subì il carcere e l'esilio, fervente comunista viaggiò molto ma soprattutto amò molto, si sposò quattro volte e comunque ebbe molti amori. È ricordato principalmente per il suo capolavoro, la raccolta "Poesie d'amore", che testimonia il suo grande impegno sociale e il suo profondo sentimento poetico.

      I poeti che cantano dell'amore mi piacciono tantissimo, la poesia è essa stessa amore secondo me, Hikmet non è ermetico, è di facile comprensione e le parole arrivano direttamente al cuore del lettore: 
      « Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l'ho ancora detto » (Nazim Hikmet, Il più bello dei mari).

      Questa raccolta è egregia e le poesie che più mi sono piaciute sono state: "Il più bello dei mari", "I giorni sono sempre più brevi", "I tuoi occhi, I tuoi occhi, I tuoi occhi", "La notte", "Nel cortile c'è neve fino al ginocchio", "Foglie morte", "Ti sei stancata di portare il mio peso", "La vita non è uno scherzo", "Il mio funerale".

      Hikmet fa parte parte dei miei poeti preferiti e ribadisco ancora una volta la bellezza, anche editoriale e la cura di questa collana che è forse la più riuscita del Corriere, rimango sempre ansioso di scoprire nuovi orizzonti poetici con le prossime uscite che consiglio veramente a tutti. 


      Voto: 4/5

        giovedì 18 ottobre 2012

        L'amico americano - Patricia Highsmith




         

        I Contenuti

        Jonathan Trevanny è un uomo comune con una moglie e un figlio e un lavoro che ama ma economicamente poco soddisfacente. Quando scopre di essere affetto da una terribile malattia, cerca di continuare la sua esistenza nella normalità più assoluta. Ma un giorno viene avvicinato da uno sconosciuto che, venuto a conoscenza delle sue condizioni, gli offre un'ingente somma di denaro per uccidere due uomini. Jonathan rifiuta, ma quella proposta lo turba profondamente. Comincia a pensare che quei soldi garantirebbero alla sua famiglia la tranquillità economica dopo il suo trapasso. Accetta, quindi, entrando così a contatto con un mondo inquietante che però lo fa sentire di nuovo padrone della sua vita. Attraverso la scrittura puntuale della Highsmith osserviamo, come in un trattato di psicologia, i mutamenti che avvengono, prima impercettibili poi sempre più evidenti, nella coscienza esaltata di Trevanny, facendo di un uomo comune un killer spietato. Da questo libro è stato tratto l'omonimo film di Wim Wenders.



        La Recensione

        Tom Ripley si è perso. Si è spento. Ne danno triste annuncio i lettori attoniti. Non nel senso che sia morto come personaggio creato dalla Highsmith (questo è il terzo volume incentrato sulla sua figura, dei cinque scritti), è morto parte del suo fascino.

        Il Ripley di questo libro è diventato all'improvviso piatto e quasi insignificante, quasi una comparsa di sfondo che agisce per benevolenza verso il prossimo. Lui, che era l'egocentrismo fatto personaggio. Lontanissimo, radicalmente all'opposto dal personaggio del primo e del secondo. La complessità del suo personaggio è diventata una pianura sconfinata. Soprattutto nel primo libro si sentiva il delitto posto sulla bilancia della colpa, qui l'omicidio è quasi banale, privo di significato, addirittura giustificato dal fatto che si uccidono dei mafiosi e dunque dei buoni che uccidono dei cattivi. Quale misero piattume.

        Si faticherà a riconoscere, in questo Ripley, lo stesso uomo del primo libro; nella prima storia uccideva per la ricchezza, nel secondo perchè d'improvviso poteva perderla e qui perchè aiuta il vero protagonista di questa storia, come un buon samaritano (misericordia e pure sigh): Jonathan Trevanny, malato di una grave forma di leucemia, che accetta di diventare un assassino per poter guadagnare dei soldi con i quali garantire una qualche stabilità economica alla moglie e al figlio prima che avvenga la sua dipartita.

        No, non ci siamo. Non si può creare un personaggio come Ripley e poi ridurlo a questo, a tratti sembra lui stesso voler manifestare il suo disappunto dalle pagine di questo libro, tornando in brevissimi sprazzi a essere quello di un tempo, una cosa come: "ehi Patricia, ma non è che qui si sta sbagliando qualcosa?!"

        Da questo libro sono stati tratti due film, il più famoso "L'amico americano" è del 1977 diretto da Wim Wenders, che non ho visto, ma di cui leggo buone recensioni. Probabilmente migliori di questo libro.


        Voto: 2/5

          venerdì 12 ottobre 2012

          Il sepolto vivo - Patricia Highsmith




           

          I Contenuti

          Sullo sfondo di una colossale truffa concepita e attuata nel mondo del collezionismo d'arte, due personaggi si fronteggiano: Tom, "irriverente" uomo di mondo, sempre pronto a ideare nuove strategie per arricchirsi, e Bernard, pittore votato alla coscienza tragica della propria debolezza, il quale accetta la parte di esecutore della truffa e dipinge alcuni falsi quadri d'autore. La scoperta casuale dell'inganno dà il via non soltanto agli ineluttabili scenari del crimine, ma anche al confronto sul filo del rasoio (o meglio, dell'abisso) di due caratteri e atteggiamenti opposti: l'amoralità machiavellica di Tom, e gli scrupoli ritardatari di Bernard, la determinazione naturale dell'uno e la paura dell'altro, che si trasforma in un ansioso viaggio verso la morte. Ed è qui che Patricia Highsmith smette di raccontare, lasciando il lettore a misurarsi da solo con il ghigno finale di autoincoraggiamento del protagonista, Tom, il quale - come prescrivono le auree regole delle odissee nere - esce di scena magari semisconfitto, ma con un suo ideale coltello dalla parte del manico.



          La Recensione


          Secondo libro della serie con protagonista il cinico assassino Tom Ripley, perchè questo è. Scritto da Patricia Highsmith nel 1970, autrice che sta diventando per me, di culto, e che riesce a ribaltare le linee del giallo classico. Nei suoi romanzi, il delitto e il colpevole sono davanti agli occhi del lettore, mai nascosti o velati da enigmi con cui il lettore deve lambiccarsi e l'investigatore vero e proprio non esiste. L'autrice si avvale della colpa che sa scviscerare in maniera sublime e della banalità con cui si può fare del male al prossimo.

          In questo secondo episodio della vita di Tom è trascorso qualche anno dall'omicidio di Dickie, che grazie ai soldi dei Greenleaaf, conduce una vita da benestante, quello che aveva sempre desiderato: ha una bella villa a Fontainebleau, dove vive insieme a sua moglie Heloise. 
          Non ha fonte di reddito, non lavora, passa il tempo a istruirsi leggendo storia e imparando le lingue, fa giardinaggio; i soldi vengono dalla famiglia della moglie molto ricca e da un'organizzazione, nata da una sua idea, che falsifica quadri d'autore. Quando però un collezionista, Mr. Murchison, decide di far sottoporre a verifica un dipinto in suo possesso sulla cui autenticità nutre molti dubbi, e il falsario cade in depressione e decide di confessare tutto, Tom dovrà intervenire per evitare che il suo gioco venga scoperto... e ovviamente lo farà a suo modo, cioè uccidendo alla prima occasione buona.

          Anche questa volta riuscirà a farla franca! Ripley, è un eroe fra i più atipici del noir che abbia mai letto. Costruito magistralmente. E' bello, cinico e uomo di mondo. E' un avventuriero e un assassino. Al cinema ha avuto le sembianze di Alin Delon, di Dennis Hopper e di Matt Damon (questo, quello che secondo me, lo ha interpretato meglio).

          Quello che non riesco a capire è che sebbene in questo secondo volume molto spesso si pecca di ingenuità, più che nel primo, vedi improbabili maneggi dei cadaveri, le troppo fortuite coincidenze a favore dell'assassino, i poliziotti che sono troppo distratti e molto poco intuitivi, l'eccessiva facilità della trama, questo personaggio maneggia il lettore come le sue vittime e non si riesce a non restarne ammaliati, conquistati, completamente annichiliti da questa figura.

          Un metricino scarso sotto terra, tanto per evocarne il titolo, rispetto al primo, ma veramente godibile, al punto di indurmi a leggermi subito il terzo.



          Voto: 3/5

            sabato 6 ottobre 2012

            Aspettando Godot - Samuel Beckett




             

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            "Non c'è da meravigliarsi che, uscendo dal teatro, la gente si chieda cosa diavolo ha visto. In casi come questo si finisce sempre per attribuire all'autore un preciso disegno simbolico, e si rigira il testo pezzo per pezzo, battuta per battuta, cercando di ricostruire il puzzle. Si ha l'impressione che Beckett, a casa sua, stia ridendo malignamente alle nostre spalle, mentre con una semplice intervista alla televisione potrebbe chiarire ogni cosa. Diremmo subito che, a nostro parere, pretendere a tutti i costi questo "sesamo apriti" non ha senso. Stabilire se Godot è Dio, la Felicità, o altro, ha poca importanza; vedere se in Vladimiro ed Estragone la piccola borghesia che se ne lava le mani, mentre Pozzo, il capitalista, sfrutta bestialmente Lucky, il proletariato, è perfettamente legittimo, ma altrettanto legittima è la "chiave" cristiana, per cui tutto, dall'albero che si trova sulla scena, e che dovrebbe rappresentare la Croce, alla barba bianca di Godot, si può spiegare Vangelo alla mano". (Carlo Fruttero)


            La Recensione

            [...]
            Andiamocene.
            Non si può.
            Perchè?
            Aspettiamo Godot.
            Già, è vero.
            [...]

            Geniale.
            Fantastico.
            Surreale.

            Come la vita.


            Voto: 4/5

              venerdì 5 ottobre 2012

              Il giudice e il suo boia - Friedrich Dürrenmatt




               

              I Contenuti

              Friedrich Dürrenmatt, proprio agli esordi della sua attività letteraria, mentre si dichiarava consapevole degli schemi ripetitivi e immobili ai quali si richiama il romanzo giallo, ha costruito con Il giudice e il suo boia un congegno perfetto, che seduce il lettore fino all'ultimo, senza scoprire, neppure per vaghi accenni, l'identità del colpevole. Il protagonista è il vecchio ispettore Bärlach, incaricato, insieme con il giovane agente Tschanz, di indagare sull'assassinio del tenente della polizia di Berna, Schmied. La scena si svolge intorno alla villa, nei pressi del lago di Bienne, di un avventuriero altolocato, Gastmann, che si vale di amicizie politiche influenti, tanto da indurre un consigliere nazionale e un giudice istruttore a sviare Bärlach dai suoi propositi di giustizia. Fra Bärlach e Gastmann esiste un legame antico, fin da quando Gastmann, a Istanbul, ha commesso un delitto sotto gli occhi di Bärlach e lo ha sfidato a un duello che dura da tutta la vita. Ma l'ispettore, anche se vecchio e malato, prima di morire tesse con astuzia una rete che costringe un carnefice a eseguire una sentenza di morte che egli stesso ha decretato. Come suggerisce la norma in questi casi, si risparmiano al lettore i particolari per non interrompere il filo della suspense fino alla sorpresa finale. Dopo decenni di incontrastato successo, sia nei paesi di lingua tedesca, sia all'estero, Il giudice e il suo boia non ha perduto nulla della sua validità narrativa e resta una delle prove più valide e suggestive di Dürrenmatt. Il gioco crudele del gatto con il topo, che è il tema peculiare di questa vicenda, allude a una tragicommedia esistenziale più vasta, a quel rapporto di inscindibilità tra vittima e carnefice che il Mittner ha rilevato come motivo costante del primo Dürrenmatt.


              La Recensione

              Il giudice e il suo boia è il primo romanzo poliziesco dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt, scritto nel 1952. E si vede, soprattutto quando un cadavere, sul luogo di un crimine, viene maneggiato come un sacco di patate; farebbe morire dal primo all'ultimo gli autori di CSI.

              Un giorno di novembre, in una svizzera piovosa e nebbiosa, lungo una strada di montagna tra i vari paesi che costellano le pendici del Giura, un poliziotto locale rinviene un uomo in auto, con un foro di proiettile in testa, un assassinato. Scoprirà che il rinvenuto è un poliziotto di Berna. Ad occuparsi del caso sarà l'anziano ispettore Bärlach, malato e morente, che si scoprirà coinvolto a causa di una scommessa fatta qualche decennio prima e l'agente Tschanz, coinvolto in una partita a scacchi che impegna da anni due giocatori, sconfinando dall'indagine poliziesca.

              Scrivere che mi sia piaciuto, sarebbe una bugia, ma anche scrivere il contrario, probabilmente il libro gode di due attenuanti: la prima quello di essere troppo breve per annoiare davvero e la seconda è il colpo di scena finale, che definire geniale, sarebbe troppo ma per sorprendere, sorprende.

              Si esprime il pensiero di Durrenmatt, che intende dimostrare l'impossibilità per la giustizia istituzionale di arrivare alla verità, la giustizia umana arriva laddove non arriva la giustizia giudiziaria. 


              Voto: 2/5

                lunedì 1 ottobre 2012

                Socrate, Platone, Aristotele e la scuola di Atene - Maurizio Ferraris




                 

                I Contenuti

                Socrate aveva svalutato i fenomeni naturali privilegiando l'interiorità. Platone aveva detto che quello che si presenta alla nostra esperienza è essenzialmente apparenza [...]. Aristotele, al contrario, ci dice che le cose per apparire hanno [...] una loro necessità interna. I filosofi si possono dividere in due grandi famiglie: coloro i quali ritengono che le apparenze sono tutte da condannare perché ingannano e l'essenza sta da un'altra parte, e coloro i quali ci dicono che se le apparenze appaiono in quella maniera è perché c'è un motivo e quindi bisogna innanzitutto dare ragione alle apparenze.


                La Recensione

                Questo piccolo libricino è il secondo di una collana di sedici volumetti, che altro non sono che la trasposizione scritta dell'opera in DVD intitolata "Il caffè filosofico", uscita in edicola qualche tempo fa con il quotidiano Il sole 24 ore. Con l'occhio e la mente completamente ignoranti in fatti di filosofia, giudico questa iniziativa molto ben fatta e interessante.

                Sicuramente l'argomento trattato è interessante, ma anche io capisco che questo non è un libro utile a capire sufficientemente ciò che presenta, si può dire che è un punto di partenza per il lettore che vuole approfondire molto meglio il tema della nascita della filosofia.

                Per me che volevo solo una infarinatura su questo argomento, ho trovato un buon volume, utile e soprattutto i contributi di Maurizio Ferraris, che aiuta alquanto a comprendere meglio i frammenti del testo, che occupano buona parte del volume e che sono gli stessi dove migliaia di studenti ci pestano il cranio. 

                Dopo un inizio di presentazione vengono trattati i filosofi a cui si rifanno ancora oggi i filosofi attuali, quali Platone, Socrate e Aristotele. Mi è piaciuto molto il concetto introdotto di Platone, dove immagina che le idee vivano di vita propria, nella perfezione, in una dimensione parallela; ho scoperto che da qui deriva la teoria "dell'idealismo", ovviamente epurata dal misticismo di Platone.

                La sintesi finale di Ferraris è perfetta, nella sua sintesi, a chiudere il volumetto.


                Voto: 3/5