martedì 17 dicembre 2013

La morte di Ivan Il'ič - Leo Tolstoy




 

I Contenuti

Scritto tra il 1884 e il 1886, La morte di Ivan Il'ič è un piccolo capolavoro. Tolstoj (1828-1910) lo scrisse in seguito a una crisi religiosa, che ne rese ancora più sensibile il carattere già complesso. La trama è tanto semplice quanto trgica: racconta la morte, il morire come prima non era mai stato fatto da uno scrittore. Nelle lunghe ore trascorse all'ombra della morte Ivan Il’ic, un magistrato borghesemente appagato del suo ruolo e della sua routine familiare, si rende conto che la sua vita è stata un cumulo di menzogne, in famiglia come nella carriera, ma un pensiero conolante gli si affaccia alla mente: che la morte sarà presto una liberazione dalla sofferenza, per lui stesso e per gli altri che lo circondano.


La Recensione

La morte di Ivan Il'ič fu pubblicato per la prima volta nel 1886, ed è uno dei racconti più famosi di Lev Nikolaevič Tolstoj; è anche una delle sue opere più celebrate, influenzata dalla crisi spirituale dell'autore, che lo porterà a convertirsi al Cristianesimo. Il tema centrale della storia è quello dell'uomo di fronte all'inevitabilità della morte. Ogni libro, o meglio ogni libro che si rispetti e vuole essere un grande libro, affronta la morte (in modi molto diversi) così come narra la vita, perché nessuna delle due è imprescindibile dall'altra. Non sono molti però i romanzi che affrontano in maniera così viscerale e profonda questo labile confine. Ma Tolstoy, così come ne "La sonata a Kreutzer", dimostra di essere il più grande narratore (e non romanziere) di tutti i tempi, ci riesce pienamente.

Ivan Il'ic ha una vita soddisfacente, una buona carriera, una vita familiare e sociale apparentemente appagante. Nel nuovo appartamento di Pietroburgo, città in cui si è trasferito dopo una promozione, cade da uno sgabello, sistemando una tenda, e prende un colpo al fianco. Il dolore provocato dalla caduta diventa, nei giorni, sempre più forte e tutte le cure si rivelano inutili. Il pensiero della morte gli fa riconoscere la falsità della sua vita, di chi lo circonda, dei suoi apparenti successi. L'unica persona che gli sa stare vicino è un giovane servo che lo assiste fino alla terribile agonia. Morente, capisce che così libererà, prima che se stesso, gli altri dalla sofferenza dando la possibilità agli altri di continuare le loro vite menzognere.

Nelle parti centrali del libro, sembrano confondersi le parti: non vi è differenza tra il morente ed i vivi che si accalcano attorno al suo letto di sofferenza, perché essi non sono vivi, ma sono, per Tolstoj, dei morti viventi. Una rivelazione finale conforterà l’anima dell’ancora giovane Ivan che, prima di congedarsi da questo mondo, cercherà di chiedere perdono a chi lo circonda, una richiesta di perdono anche nei confronti del bene più prezioso che possiede l’uomo: la vita. Un perdono liberatorio che il moribondo concederà anche a se stesso, per aver preso coscienza, lì dove finiva la sua vita, dei propri errori.

Il finale è profondamente toccante, scritto magistralmente, in quegli ultimi momenti di vita, tra le tenebre dei suoi perché, egli improvvisamente trova la luce: la morte gli sembra meno brutta, anzi comprende che la morte per lui finiva proprio in quel momento: "E' finita la morte, la morte non c'è più". Colui che ha vissuto, pone fine alle sue menzogne, alla menzogna che è la vita. Colui che muore, nell'istante in cui muore, è finalmente un uomo.

Questo è un libro imperdibile, perché in poco più di ottanta pagine racchiude in sé la muta verità dello stordimento ultimo dell'uomo e della propria presa di coscienza di fronte alla vita che è riuscito a vivere.


Voto: 5/5

    mercoledì 11 dicembre 2013

    Le avventure di Pinocchio - Carlo Collodi






     

    I Contenuti

    Quando il suo amico Mastro Ciliegia gli regala un pezzo di legno che piange e ride come un bambino, Geppetto non sta più nella pelle dalla felicità: lo trasformerà in un burattino eccezionale, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali! Ma Pinocchio, malgrado i consigli del Grillo parlante e della Fata dai capelli turchini, darà del filo da torcere al simpatico falegname e ne combinerà di cotte e di crude... Un grande classico della letteratura italiana, amato da grandi e piccini, che ha commosso e incantato i lettori di tutto il mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1883, il libro è stato tradotto con successo in numerose lingue.




    La Recensione

    "Le avventure di Pinocchio" è un romanzo scritto da Carlo Collodi, uscì per la prima volta a Firenze nel 1881 e fu pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi con le illustrazioni di Enrico Mazzanti; l'accoglienza riservata al libro non fu delle migliori: il perbenismo dell'epoca ne sconsigliò, addirittura, la lettura ai ragazzi "di buona famiglia" per i quali poteva trattarsi di una potenziale fonte d'imitazione. Addirittura le istituzioni vedendo i carabinieri coinvolti in un'opera di fantasia reagirono ricercando eventuali motivazioni per il sequestro del libro, scoprendo però che non ve ne era alcuna. Come evidente, il libro incontrò invece un successo popolare di difficile paragone.

    Si tratta di un classico della cosiddetta "letteratura per ragazzi", vanta innumerevoli trasposizioni: cinematografiche, teatrali, fumettistiche, serie televisive, serie animate e forse il più famoso di tutti è il cartone animato della Disney, che è anche il meno attinente con la storia originale. Oramai il monello Pinocchio è rientrato a pieno titolo nella letteratura mondiale; è un classico che bisogna leggere insieme a tutti gli altri "grandi" del novecento.

    Il romanzo, di 36 capitoli, ha come protagonista appunto Pinocchio e le sue famosissime avventure, l'autore lo chiama burattino, anche se è più simile a una marionetta, forgiato da un ciocco di legno durissimo, «che piangeva e rideva come un bambino» che parla, cammina e si muove come un vero bambino e si rivela subito un autentico discolo: la prima cosa che fa è quello di scacciare il Grillo Parlante, di cui non gradisce i saggi consigli, vende l'abbecedario, che il poverissimo Geppetto gli ha comprato sacrificando la sua casacca, per andare al teatro dei burattini; ivi il burattinaio Mangiafoco, prima lo minaccia, poi gli regala cinque monete d'oro. Ma Pinocchio, invece di portarle a Geppetto, si lascia abbindolare dal Gatto e dalla Volpe nella speranza di vedere moltiplicate le monete grazie all'albero degli zecchini; i due non solo lo derubano ma lo impiccano anche; lo salva la Fata dai Capelli Turchini. Dopo essersi fatto di nuovo derubare dal Gatto e dalla Volpe e aver subito altre disavventure ritrova la Fata e sembra voler mettere giudizio. Nel susseguirsi della storia Pinocchio corre il rischio di finire nuovamente in prigione e poi di venir fritto in padella da un pescatore; parte in seguito col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi: qui, passati cinque mesi di continua baldoria, si trasforma in asino, come accade a tutti i bambini che vanno nel Paese dei Balocchi. Viene allora comprato dal direttore di una compagnia di pagliacci; azzoppatesi durante uno spettacolo, è venduto a un uomo che vorrebbe fare con la sua pelle un tamburo: tenta perciò di annegarlo, ma i pesci divorano l'involucro asinino e Pinocchio, tornato burattino, fugge a nuoto. In mare viene inghiottito dal pescecane, nel cui ventre incontra Geppetto, il quale, messosi in viaggio per cercarlo, aveva fatto naufragio ed era stato a sua volta inghiottito parecchio tempo prima. I due fuggono dalla bocca spalancata del pescecane e si mettono in salvo. Ammaestrato dalle sue esperienze, Pinocchio mette giudizio, comincia a lavorare per mantenere Geppetto e si mette anche a studiare: ormai è diventato buono, e la conclusione è che una bella mattina si sveglia trasformato in un ragazzo in carne ed ossa.

    Nelle intenzioni di Carlo Collodi pare non vi fosse quella di creare un racconto per l'infanzia: nella prima versione, infatti, il burattino moriva impiccato a causa dei suoi innumerevoli errori. Solo nelle versioni successive, pubblicate a puntate su un quotidiano, la storia venne prolungata anche dopo la sequenza dell'impiccagione, giungendo al classico finale che oggi si conosce, con il burattino che assume le fattezze di un ragazzo in carne ed ossa.

    Vale sicuramente la pena di leggere questo romanzo, sia per puro divertimento nel leggere una storia che indubbiamente è piena di spunti avventurosi e umoristici e se non altro per la saggezza popolare che trabocca da ogni pagina, che rimane attuale anche ai nostri tempi, gli insegnamenti che ne può trarre un bambino o anche una persona adulta fanno capo a quei principi basilari su cui dovrebbe fondare una società, qualsiasi tipo di società.


    Voto: 3/5

      martedì 10 dicembre 2013

      La novella degli scacchi - Stefan Zweig




       

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      La tragedia del nazifascismo nella sfida mortale di due uomini davanti alla scacchiera. Nel duello tra l'enigmatico dottor B. e il rozzo e greve Czentovic durante una traversata da New York a Buenos Aires si condensa "la pericolosa tensione, l'odio appassionato tra due nemici che avevano giurato di distruggersi a vicenda". Sulla scacchiera si staglia, così, la disperazione dell'autore per la tragedia che aveva investito l'Europa, che lo avrebbe portato al suicidio nel 1941.


      La Recensione

      La "Novella degli scacchi" è un romanzo breve del 1941 ed è anche l'ultimo racconto scritto da Stefan Zweig prima del suo suicidio, avvenuto nel 1942. Per quest'ultimo racconto, l'autore si è ispirato ai suoi ultimi giorni di vita a in Brasile dove si era nascosto con la sua seconda moglie, e l'unica distrazione era appunto una scacchiera. Ha già abbandonato l’Europa, i suoi amici, il mondo e la cultura a cui apparteneva. Ha visto i nazisti condannare al rogo le sue opere e subìto la punizione per essere un ebreo.

      Questo è il terzo romanzo che leggo di Zweig, considerato un "minore" europeo della prima metà del novecento, ma che ha scritto con un linguaggio godibile e leggibile anche per noi lettori di oggi e quando una scrittura rimane sempre attuale non siamo di certo di fronte ad uno scrittore da sottovalutare. Ero rimasto letteralmente abbagliato da "Lettera di una sconosciuta", mi era piaciuto un po' meno "Paura" ed ora eccomi qui a recensire questa "Novella degli scacchi".

      La trama del romanzo: Su un transatlantico che collega New York a Buenos Aires, tra i tanti passeggeri, viaggia il più grande campione di scacchi vivente, il giovane Mirko Czentovic. Personaggio rozzo ma a suo modo prodigioso. Un giovane ottuso, capace solo di giocare magnificamente a scacchi seppure la sua ignoranza era "parimenti universale in tutti i campi". Alcuni appassionati di scacchi lo sfidano ad alcune partite amichevoli, la prima delle quali ovviamente il campione vince senza il minimo sforzo. Il superbo e indomito McConnor, organizzatore delle sfide, non si dà però per vinto, e nella partita successiva interviene il dottor B., enigmatico passeggero che con i suoi consigli riesce a tener testa a Czentovič e a strappargli una patta.

      Tutto il romanzo non è che il riflesso metaforico e l’eco lontano dello sfacelo della vecchia e raffinata Europa per opera del nazismo, mostro devastante, cieco e privo di coscienza. In questa storia lo l'abbandono alla lotta, la stanchezza, è rappresentato proprio nella sconfitta di colui che rappresenta la sensibilità, l'intelligenza, la cultura per opera di un semianalfabeta, eccelso solo nel giocare a scacchi.

      Quello che forse è da condannare nello scrittore è il forte atteggiamento aristocratico che pervade tutto il racconto. Tutta la parte in cui Zweig racconta la storia di Czentovic, è colma di un certo disprezzo nei confronti del campione, perché è ignorante e non fa parte dell’élite intellettuale, eppure ha successo proprio in quell'elité che non dovrebbe neanche includere uomini come lui. 

      Il libro si legge in un paio d'ore, si legge velocemente ma affascina, come anche gli altri romanzi di Zweig; non mancano le parti di forte riflessione come quelle della prigionia del dottor B. ad opera delle SS, uno spaccato sulle nevrosi, sulla follia, per chi viene escluso dal monto esterno e buttato d'improvviso in un luogo dove regna solo il nulla, una tortura continua in cui la mente gira vorticosamente su se stessa senza alcun punto di appoggio fino alla rottura finale.

      Consigliato.


      Voto: 3/5

        lunedì 9 dicembre 2013

        La notte - Elie Wiesel





         

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        Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto? (dalla Prefazione di F. Mauriac).


        La Recensione

        La notte è un romanzo autobiografico di Elie Wiesel che racconta le sue esperienze di ragazzo quindicenne ebreo, deportato insieme alla famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald negli anni 1944-1945, al culmine dell'Olocausto, fino alla fine della seconda guerra mondiale.

        Quando fù pubblicato nel 1958 ci vollero tre anni perché fossero vendute le prime 3000 copie. Il libro vendette 1046 copie nei successivi 18 mesi e fece parlare di sé solo fra i critici letterari; poi nel 1997 il libro vendette negli Stati Uniti 300 000 copie e nel 2011 sei milioni, ed era disponibile in 30 lingue. Le vendite incrementarono nel gennaio 2006 quando fu scelto dall'Oprah's Book Club e vendette due milioni di copie, diventando così il terzo bestseller tra i 70 libri del Club.

        A distanza di cinquanta anni il libro è stato tradotto in 30 lingue, ed è considerato, accanto a "Se questo è un uomo di Primo Levi" e al "Diario di Anna Frank", come uno dei capolavori della letteratura sull’Olocausto.

        L'impatto molto forte del libro sul lettore deriva molto probabilmente dalla sua costruzione. Il suo linguaggio è semplice, ma ogni frase sembra pesata e cauta, ogni episodio attentamente scelto e raccontato, arrivando su chi legge in maniera molto amplificata.

        In poco più di 100 pagine di narrazione frammentaria Wiesel, che prima di essere deportato passava le giornate e le notti a pregare e a leggere il "Talmud", descrive come l'orrore vissuto nei campi di concentramento e di sterminio lo abbia portato a perdere la fede in Dio e nell'umanità; lacerante anche il rapporto con il padre poiché egli, da adolescente, dovrà badare a lui, scoprendo dentro sé stesso in che modo tutti i valori umani e fraterni possano essere distrutti in condizioni estreme e miserrime come queste: "Se solo potessi sbarazzarmi di questo peso morto [...] Immediatamente mi vergognai di me stesso, per sempre" e ancora: "Qui non ci sono padri, fratelli, amici", gli disse un Kapo. "Ognuno vive e muore in solitudine".

        Wiesel aveva 16 anni quando Buchenwald venne liberata dagli Alleati nell'aprile 1945, troppo tardi per suo padre, che era morto a causa delle percosse subite, mentre egli assisteva impotente e silenzioso nel letto a castello per paura di essere a sua volta colpito.

        Libro straziante, che testimonia ancora una volta, quella che è stata una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo: l'olocausto. E' una lettura semplice per via della scrittura dell'autore, ma difficile, incredibilmente impegnativa, perchè queste semplici parole riescono a ascavare dentro di noi e tracciano solchi di incredibile orrore; la narrazione di Wiesel riesce a metterci davanti all'abisso di malvagità che l'uomo ha dentro di sé. Ma parimenti, anche con la nostra forza, la resistenza e la voglia di libertà.


        Voto: 4/5

          martedì 3 dicembre 2013

          L'ombra - Roger Hobbs





           

          I Contenuti

          Quando una rapina a mano armata in un casinò di Atlantic City finisce in un bagno di sangue, all'uomo che ha organizzato il colpo non rimane che rivolgersi a Jack. Jack è quello che in gergo si definisce un'«ombra»: un uomo privo di un'identità, che ripulisce le scene dei crimini senza lasciare traccia. Un mestiere da professionisti, spesso rischioso. Ma mai come questa volta. Perché sulle sue tracce c'è l'Fbi, e qualcuno che vuole approfittare dell'occasione per regolare conti antichi, facendo sparire l'Ombra. Una volta per tutte.

          L'ombra, scritto da un esordiente di ventidue anni scoperto dall'editor di Raymond Carver e Cormac McCarthy, best-seller negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, acclamato dai critici, è stato venduto in sedici paesi. I diritti cinematografici sono stati acquistati dalla Warner Brothers.



          La Recensione

          L'ombra è un romanzo di Roger Hobbs del 2013, autore statunitense di ventidue anni esordiente, e possiamo solo sperare che non dia seguito a questa storia, o a qualsiasi altra storia per la verità.

          La trama è questa: una rapina a mano armata a un casinò di Atlantic City finisce in un bagno di sangue, con uno dei rapinatori ferito e in fuga, all'uomo che ha organizzato il colpo non rimane che rivolgersi a Jack Delton, che dovrebbe essere quello che nel gergo si definisce un'"ombra": un uomo senza identità, che ripulisce le scene dei crimini senza lasciare la minima traccia di sé. Un mestiere da autentici professionisti, spesso rischioso.

          Le premesse sono ottime, le idee sviluppate che ne seguono, molto meno. La trama si rivela sfilacciata, i protagonisti sono ridicoli, macchiette di tutti quegli stereotipi che ci sono negli action-thriller come questi, solo che ne sono davvero la brutta, bruttissima copia. Siamo lontanissimi dai primi libri di Lee Child, con il suo "Jack Reacher", per citarne uno dei migliori.

          Il protagonista ha alle spalle un'esperienza decennale da "ombra", che dovrebbe essere una specie di Rambo/James Bond/Jason Bourne tutti mescolati insieme ma non si capisce com'è che in questa storia sembra non azzecarne una in fila all'altra e incappa in errori che neanche il primo boy-scout a montare la prima tenda nel bosco, però poi ovviamente ammazza tutti i cattivi (con i dovuti sensi di colpa) e sbroglia la (complicata?) matassa; non parliamo poi di chi l'avrebbe addestrato: una specie di Mata Hari bellissima, intelligentissima, una camaleontessa che sa trasformarsi in ogni situazione cambiando voce e atteggiamenti in un attimo. E va beh, ah ovviamente viene ingroppata dall'ombra/boy-scout. Tralascio la figura del cattivo, che è così cattivo per tutto il libro che vi farà fare la pupù nelle mutande, però poi si farà fregare come un idiota dalla nostra amata ombra.

          Insomma, avete capito, state lontani da questa misera storia. Da dimenticare alla svelta.


          Voto: 1/5

            domenica 17 novembre 2013

            Ubik - Philip K. Dick




             

            I Contenuti

            Come fa Glen Runciter, titolare di un'agenzia di anti-telepatia, a comunicare con sua moglie Ella per avere consigli dall'aldilà? E perchè mai dopo ogni collegamento con Runciter la semi-vita di Ella si va affievolendo sempre più? Che cosa afferra Joe Chip dal suo mondo del 1992 e lo scaglia nell'America degli anni Trenta? E come è possibile che Joe riceva dei misteriosi e cupi messaggi sui muri e sugli specchi dei bagni dal suo capo quando questi è stato ucciso da una bomba esplosa sulla Luna? Come mai anche Pat, con tutti i suoi terribili poteri, è intrappolata insieme a Joe Chip in un assurdo incubo?


            La Recensione

            Ubik è un romanzo dello scrittore statunitense Philip K. Dick pubblicato nel 1969. Ubik è considerato uno dei migliori romanzi di Dick, nel quale la sua classica tecnica di dissoluzione della trama e dei personaggi è mescolata con una fantasia irresistibile e da una dose generosa di umorismo nero; Philip K. Dick scrisse nel 1974 anche una sceneggiatura per un film che doveva essere tratto dal suo romanzo ma che non fu mai realizzato e il libro che ho letto contiene anche questa.

            Il romanzo venne pubblicato negli Stati Uniti al culmine dell'ondata psichedelica, e per lungo tempo è stato ritenuto il prodotto delle esperienze dello scrittore californiano con l'LSD. In realtà Dick provò per una sola volta l'acido, e per quanto alcune scene del romanzo nascano dalle visioni avute in quell'occasione, il libro è prevalentemente costruito dalla fantasia di Dick, alimentata per lo più dalle anfetamine.

            La trama è più o meno questa: nel futuro lo spionaggio commerciale è diventato una guerra combattuta con tutte le armi, anche con i poteri paranormali. Telepati, telecinetici, si sforzano di carpire i segreti delle grandi aziende multinazionali. E siccome per ogni offesa si studia una difesa, ecco che per neutralizzare le spie dotate di poteri paranormali si attivano agenzie di neutralizzazione. Una di queste è diretta dall'uomo d'affari Glen Runciter, e per lui lavora il protagonista del romanzo, Joe Chip, un tecnico che intrattiene con Runciter un rapporto di amicizia. Runciter è anche aiutato dalla moglie Ella, deceduta da tempo, ma tenuta in animazione sospesa (la cosiddetta semi-vita) in un moratorium. Runciter e Chip, più una pattuglia di inerziali si trovano a doversi recare sulla Luna per affari, e scoprono troppo tardi di essere stati attirati in un attentato dinamitardo, con il quale Hollis, il proprietario della più importante agenzie di spie psi, intende eliminare il suo più grande avversario. Dopo l'esplosione l'unico morto risulta essere Runciter, e Chip con gli inerziali organizza il contrattacco. Ma presto qualcosa di strano comincia a succedere. Gli oggetti regrediscono: i videotelefoni si trasformano in vecchi telefoni in bachelite, i moderni razzi diventano aerei a elica, le automobili tornano agli anni trenta. Tutto ritorna a un tempo precedente, e una serie di enigmatiche tracce e indizi conducono verso la città di Des Moines. 

            L'atmosfera allucinatoria e folle del romanzo deriva appunto dall'interferenza di due piani di realtà, uno dei quali in continua trasformazione.

            La prima cosa che ho pensato quando ho finito il romanzo è stata "io e Dick, non andiamo d'accordo", la seconda "l'unico romanzo Dickiano che mi è piaciuto è stato l'uomo nell'alto castello" e l'ultimo "ringrazio Dick per aver scritto un libro (per me) mediocre come gli androidi sognano pecore elettriche? che è diventato il film culto Blade Runner". Questo romanzo, che a detta di molti, è il suo migliore, mi ha entusiasmato pochissimo e anche se ho apprezzato l'idea che sta dietro alla storia, non mi ha mai reso attivamente partecipe nella lettura, che soprattutto nelle prime parti è stata uno sforzo continuo per andare avanti e portarla a termine.

            In effetti continuo a ripetermi che un libro del genere dovrebbe piacermi a priori, perché richiama quasi tutte quelle idee che io considero geniali ed entusiasmanti per un fantastico libro di fantascienza, eppure qualcosa non è andato come doveva e io rimango qui a non capire perché un libro che sulla carta e nelle premesse poteva essere uno dei miei libri preferiti, si è trasformato in un pantano da cui ho fatto fatica ad uscire.


            Voto: 2/5

              mercoledì 23 ottobre 2013

              Il deserto dei Tartari - Dino Buzzati


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              "Il deserto dei Tartari" narra la storia di Giovanni Drogo, che una mattina di settembre parte dalla città per raggiungere la fortezza Bastiani, dove trascorrerà tutta l'esistenza. Il suo viaggio sembra portare ai confini del mondo abitato, in una costruzione militaresca che appare "antica e deserta", in un luogo in cui ristagna un torpore misterioso e tutto, dalle mura al paesaggio, traspira un'aria inospitale e sinistra. Per trent'anni Giovanni Drogo subisce l'oscuro male dei fortini, delle ridotte, delle casematte, e quella sorta di stregata immobilità si insinua fra i personaggi, come per salvaguardare il presentimento di nobili imprese. Qui Drogo attende, come tutti gli altri, che qualcosa dal deserto si muova, ma questo accade quando la sua vita è giunta al vero confine dell'uomo ed egli muore solo, in una povera locanda sulla strada di ritorno verso casa. La storia acquista così una sua forza allegorica, che investe tutti gli uomini, il senso delle loro azioni e della loro esistenza. 

              La Recensione

              Il romanzo "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati è stato pubblicato nel 1940 e decisamente segnò la consacrazione di Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano. L'autore in un'intervista affermò che lo spunto per il romanzo, era nato dalla monotona routine redazionale notturna che faceva a quei tempi. Molto spesso avevo l'idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita; la trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico era stata per lui quasi istintiva.

              Da questo libro è stato creato anche un film, molto bello e poetico, nel 1976 diretto da Valerio Zurlini connel cast Vittorio Gassman, Jacques Perrin, Philippe Noiret, Max Von Sydow e l'appena compianto Giuliano Gemma.


              Il tema centrale del romanzo è quello della fuga del tempo, ed è un magistrale esempio della rappresentazione della vita come attesa, come sconfitta e rinuncia, forze ineluttabili guidano l’esistenza di ognuno, coincidenze assurde ed imprevedibili ne determinano il corso, e l’uomo, molto spesso in preda all'angoscia, solitario avventuriero sulla strada della vita, può essere liberato solo dalla morte.


              La trama è questa: Giovanni Drogo è un giovane tenente ventunenne destinato ad un avamposto isolato, il Forte Bastiani, un’immensa fortezza gialla ai confini del deserto, un tempo regno dei mitici nemici, i Tartari. In un’atmosfera di mistero, sospesa nel tempo, in un clima eroico di gloria e speranza pietrificato, i soldati aspettano l’arrivo dei Tartari i misteriosi nemici del Nord. E’ un’attesa perenne e senza senso che contagia anche il protagonista che arrivato con l’idea di andarsene subito, deciderà di restare, anche lui motivato da quella vana, grandiosa aspettativa della guerra, e si rende conto del tempo che è passato solo dopo quindici anni, quando improvvisamente sente che la giovinezza se ne è andata e si rende conto di aver vissuto vanamente. Ed è proprio allora che i Tartari sbucano dal deserto e prendono d’assalto la Fortezza, ma ormai Drogo, vecchio soldato ormai incapace di combattere, dovrà andarsene prima di vivere quello che aveva aspettato per tutta la vita. 


              Lo stile del romanzo è meraviglioso, lo scrivere dell'autore sublime, la narrazione si adegua all’atmosfera surreale, dalla lentezza iniziale della vita monotona e ripetitiva che occupa i primi venti capitoli, al ritmo accelerato che la vicenda assume dal momento in cui il protagonista si rende conto che l’esistenza è fuggita via. 


              Un libro imprescindibile per ogni lettore, un’avventura che si fa riflessione profonda e lucida. 



              Voto: 5/5
               

                domenica 13 ottobre 2013

                Ognuno muore solo - Hans Fallada




                 

                I Contenuti

                «Il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo» (Primo Levi). Ognuno muore solo (uscito nel 1947) è basato su una storia vera, rielaborazione letteraria dell’inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi di mezz’età. Hans Fallada, massimo autore del neorealismo weimariano, ormai alcolizzato, dipendente da farmaci, ripetutamente incarcerato e rinchiuso in istituti psichiatrici, ricevette l’incartamento da autorità della ricostruzione e scrisse l’opera nel tardo 1946, in ventiquattro giorni, appena prima di morire. Eppure, questo ritratto raggelante, della Germania sotto la doppia angoscia del nazismo e della guerra, è rimasto dimenticato a lungo e vive solo oggi una nuova stagione anche grazie alla trionfale scoperta e pubblicazione in America. Ciò, malgrado possegga, oltre il valore letterario e storico, tutte le qualità che assicurano un’esperienza di lettura toccante. La tensione livida, paragonata al primo Le Carré. L’azione corale di un gran numero di personaggi mai stereotipati, benché più istintivamente gran parte di loro ispirerebbe o repulsione disgustata o eroico entusiasmo. La trasfigurazione, nel racconto oggettivo privo di ogni espressionismo, dell’esperienza ambientale di chi, forse unico tra gli scrittori antinazisti già affermati, non emigrò mai, continuando a respirare il potere totale hitleriano. Una spietata caccia all’uomo, con tanto di bandierine sulle carte, guidata da investigatori tanto tecnicamente capaci quanto irrazionalmente mossi da un fanatismo assurdamente sproporzionato agli scopi. E probabilmente le ragioni dell’oblio e della riscoperta stanno appunto nel fatto che è un romanzo sulla resistenza. Un romanzo sulla resistenza e sulla disperazione. Contrastante, quindi, con il luogo comune di un Hitler che non conobbe oppositori tra la gente ordinaria, unita nella colpa collettiva. Fallada racconta di poveri eroi. Anna e Otto Quangel, lui caporeparto lei casalinga, come tutti i loro pari soli e addormentati e poco prima ancora abbagliati dal Führer, conoscono un risveglio dopo la notizia della morte del figlio al fronte, e cominciano a riempire alcuni caseggiati della loro Berlino con cartoline vergate in modo incerto di appelli ingenui di ribellione. Lo fanno per comportarsi con decenza fino alla fine, ben sapendo che morranno e sicuri che nel vicino incontreranno più facilmente il delatore. L’autore li illumina, scorgendo in loro una specie di coscienza della nazione, rappresentata dai tanti volti intorno, espressioni di un popolo spaccato in due, chi odia e opprime e chi è sepolto nella sua paura.




                La Recensione

                Questo fu l'ultimo romanzo di Hans Fallada che uscì postumo nel 1947, si intitolava “Jeder stirbt für sich allein“ tradotto in italiano come “Ognuno muore solo”. Il libro, tradotto in italiano nel 1948 da Einaudi, è stato recentemente pubblicato in Inghilterra e ha venduto più di 100.000 copie solo negli ultimi tre mesi, inserendosi tra i 50 bestseller inglesi di sempre.

                L'autore morì per un overdose di morfina poco prima che il libro fosse pubblicato. Figlio di un giudice che lo voleva avviato alla sua stessa carriera, la sua vita fu segnata da droghe, alcolismo e da una malattia mentale per cui fu più volte ricoverato in diverse cliniche psichiatriche.

                Primo Levi disse che questo era “uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo”; racconta la storia di Otto e Anna Quangel, che dopo aver perso il figlio in guerra decidono di iniziare una campagna contro Hitler distribuendo cartoline anti-naziste per le strade di Berlino. Ne depositeranno 285 in due anni, ma solo 18 non saranno consegnate alla polizia e la loro silenziosa opposizione diciamo che non finirà nei migliori dei modi. Il libro si ispira alla storia vera dei coniugi Otto ed Elise Hampel, che furono catturati, processati e decapitati dal regime nazista nel 1943.

                Una prima domanda e fondamentale domanda che ci dovremmo porre è: "cosa avremmo fatto noi al loro posto?"; difficile rispondere, vivere sotto una dittatura, così estrema e terribile come fu quella nazista deve essere stato durissimo, anche senza opporsi ad essa. Ma da qui possiamo partire per capire a fondo questo romanzo. La ribellione di queste persone, così mirabilmente descritta da Fallada, ci offre uno spaccato di quello che poteva essere la società tedesca di quel tempo, permeata da un ideologia da "dentro o fuori". O eri un nazionalsocialista (dunque più che un connazionale tedesco) o eri una persona da sospettare, da correggere, da redimere. 

                Poi intorno alle figure dei coniugi Quangel, i protagonisti, si muovono una serie di altri personaggi, perlopiù in difficoltà. Ruffiani, prostitute, ubriaconi, scommettitori, spie, moltissime tra la gente comune. Quasi tutti muiono, innocenti o meno. La limpidezza con cui Fallada descrive la crudeltà delle SS, della Gestapo, delle guardie carcerarie, fa rabbrividire. Eppure tutto è descritto così, semplicemente, perchè questa era la normalità.

                "Ognuno muore solo" è prima di tutto un romanzo di denuncia, molto cupo e con davvero poca speranza, la paura della morte, il diffidare di tutte le persone che ci sono intorno, la disperazione della vita, sotto il giogo nazista. Alla fine però è un romanzo che si legge bene, scorre velocemente dopo i primi capitoli un po' lenti, complice una scrittura un po' datata a cui dobbiamo abituarci.

                Da leggere assolutamente per capire cos'è una dittatura e la resistenza ad essa; fatta da piccole persone, con gesti non eclatanti, forse con nessun risultato se non rimansere onesti con se stessi.


                Voto: 4/5

                  domenica 29 settembre 2013

                  Torrechiara - Il Castello, e la Badia Benedettina - Pier Paolo Mendogni



                   

                  I Contenuti

                  Torrechiara è una frazione del comune di Langhirano, in provincia di Parma, nota per l'imponente castello eretto fra il 1448 ed il 1460 da Pier Maria II Rossi, conte di San Secondo, a dominio della val Parma, e per la Badia di Santa Maria della Neve, risalente al XV secolo. Il castello è stato luogo di riprese cinematografiche (vi sono stati girati i film Condottieri, 1937, e Ladyhawke, 1985). La badia si trova poco distante dal paese basso di Torrechiara, vicino al torrente Parma. Fu costruita nel 1471 su commissione di Pier Maria Rossi, probabilmente per il figlio naturale Ugolino, che allora era abate del monastero di San Giovanni Evangelista a Parma.


                  La Recensione

                  Libro comperato durante la visita al Castello di Torrechiara, eretto fra il 1448 ed il 1460 da Pier Maria II Rossi, conte di San Secondo, a dominio della val Parma; usato come guida turistica sul posto durante la bellissima visita guidata e riletto una volta arrivato a casa più approfonditamente.

                  Ripercorre la storia e l'architettura di questa famosa costruzione emiliana, che fu anche usato per le riprese del famosissimo film "Lady Hawke", attraverso anche l'ausilio di foto e illustrazioni. Contiene anche la storia della famiglia Rossi ricchissima famiglia nobile del quattrocento.

                  La fortezza dal cuore affrescato sorge "altiera et felice", costruita tra il 1448 e il 1460 dal Magnifico Pier Maria Rossi, esempio tra i più significativi e meglio conservati di architettura castellare italiana. 

                  Da rilevare la famosa e straordinaria "Camera d'Oro", attribuita a Benedetto Bembo, per celebrare, ad un tempo, la delicata storia d'amore tra Pier Maria e Bianca Pellegrini e la potenza del casato attraverso la raffigurazione di tutti i castelli del feudo.


                  Voto: 4/5

                    Il Castello di Bardi in Valceno - Carlo Mazzera




                     

                    I Contenuti

                    Arroccata da più di mille anni sopra uno sperone di diaspro rosso, alla confluenza dei torrenti Ceno e Noveglia, massimo esempio di architettura militare in Emilia, appartenne dalla metà del Duecento, e per oltre quattro secoli, ai Landi, principi rinascimentali che pure battevano moneta su licenza imperiale.




                    La Recensione

                    Libro comperato durante la visita al Castello di Bardi, costruito in posizione sopraelevata su uno sperone di diaspro rosso. La prima testimonianza scritta della presenza di un castello è data da una pergamena datata 869; usato come guida turistica sul posto durante la bellissima visita guidata e riletto una volta arrivato a casa più approfonditamente.

                    Ripercorre la storia e l'architettura di questa famosa costruzione emiliana, attraverso anche l'ausilio di foto e illustrazioni. Contiene anche la storia della valle, cenni storici dele popolazioni e della flora e della fauna presente.

                    Tutti da ammirare sono i camminamenti di ronda, le torri, la piazza d'armi, il cortile d'onore porticato, il pozzo, la ghiacciaia, i granai, le prigioni e le sale di tortura. Gli ex quartieri dei soldati ospitano il Museo della "Civiltà Valligiana". All’interno della Fortezza di Bardi potrete ammirare il Salone dei Principi recentemente restaurato, le 5 Sale Alpine “Cap. P. Cella” ed il nuovo Museo della Fauna e del Bracconaggio.


                    Voto: 3/5

                      La rocca di Castell'Arquato, una fortificazione viscontea in Emilia - Bruno Maraglio




                       

                      I Contenuti

                      Strategicamente situato sulle prime alture della val d'Arda, il borgo medioevale è arroccato lungo la collina e domina il passaggio. Il centro storico resta sviluppato sulla riva sinistra del torrente Arda. Dista circa 30 km da Piacenza, capoluogo provinciale, 42 km da Cremona e 45 km da Parma.
                      Il borgo è costruito secondo la struttura dei borghi medioevali e non ha subito negli anni modifiche degne di nota. È città d'arte. 



                      La Recensione

                      Libro comperato durante la visita al borgo di Castell'Arquato, eretto per volontà di Luchino Visconti tra il 1342 e il 1349, usato come guida turistica sul posto durante la bellissima visita guidata e riletto una volta arrivato a casa più approfonditamente.

                      La rocca passa nel 1404 agli Scotti, poi a Filippo Visconti. Nel 1466 entra nel patrimonio degli Sforza che la tengono sino al 1707, anno nel quale viene inglobata nel Ducato di Parma e Piacenza. Ancora oggi domina, con le sue torri, il borgo e la Val d'Arda. L'edificio, tutto in laterizio, comprende due parti collegate tra loro: un recinto inferiore di forma rettangolare, più ampio, disposto su due gradoni e uno minore, posizionato più in alto. Sovrasta l'intero complesso il mastio, un tempo isolato, perno della difesa urbana e del sistema di sorveglianza dell'intera vallata.

                      Ripercorre la storia e l'architettura di questo famoso borgo, attraverso anche l'ausilio di foto e illustrazioni. Contiene anche vari aspetti della vita militare e quotidiana medievale.

                      Girando per il borgo e leggendo il libro potrete ammirare
                      Il palazzo del Podestà, voluta da Alberto Scoto nel 1292, il torrione Farnese fatto erigere tra il 1527 e il 1535 da Bosia II di santa Fiora, e ultimato nel 1570 da Sforza Sforza. Il battistero di San Giovanni, l'ospedale di S. Spirito e il Palazzo del duca.


                      Voto: 4/5

                        Castelli del Ducato di Parma e Piacenza - Daniela Guerrieri





                        I Contenuti

                        Questo libro è una raccolta di splendide immagini carpite da tre abili fotografi, patrimonio formato da maestosi castelli, stupefacenti complessi architettonici; le immagini sono affiancate da informazioni sull'arte e sull'architettura dei fortilizi senza trascurare una traccia storica comprendente gli avvenimenti più significativi.


                        La Recensione


                        Libro comperato durante la visita al Castello di Rivalta, che comprende splendide immagini carpite da tre abili fotografi, patrimonio formato da maestosi castelli, stupefacenti complessi architettonici; le immagini sono affiancate da informazioni sull'arte e sull'architettura dei fortilizi senza trascurare una traccia storica comprendente gli avvenimenti più significativi.


                        Il territorio delle province di Parma e Piacenza, anticamente Ducato di Parma e Piacenza, è stato nei secoli governato da dinastie nobili come i Farnese, i Borbone, i Pallavicino, i Visconti, i Meli Lupi, i Gonzaga, i Rossi, i Sanvitale, gli Sforza, i Landi e i Malaspina. Queste famiglie hanno lasciato un segno indelebile sulla storia locale e nazionale. La traccia più tangibile è ancora oggi costituita dalle antiche dimore, castelli, rocche e ville che testimoniano il passato importante di queste terre.

                        I castelli descritti nel libro sono: 

                        In Provincia di Parma:

                        Antica Corte Pallavicina di Polesine Parmense
                        Castello di Bardi
                        Reggia di Colorno
                        Castello di Compiano
                        Rocca Sanvitale di Fontanellato
                        Rocca Sanvitale di Sala Baganza
                        Castello di Montechiarugolo
                        Rocca dei Rossi di San Secondo
                        Castello di Scipione dei Marchesi Pallavicino
                        Rocca Meli Lupi di Soragna
                        Castello di Torrechiara
                        Castello di Roccabianca

                        In Provincia di Piacenza:

                        Rocca e Castello di Agazzano
                        Castello Malaspina Dal Verme di Bobbio
                        Rocca Viscontea di Castell’Arquato
                        Castello di Gropparello
                        Rocca d'Olgisio
                        Castello di Paderna
                        Castello di Rivalta
                        Castello di Sarmato
                        Castello di San Pietro in Cerro
                        Mastio e Borgo di Vigoleno

                        Il libro è veramente ben fatto, le foto che accompagnano la storia di queste dimore stupende, sono meravigliose cogliendo i castelli nel tramonto, nelle stagioni autunnali e invernali, quando l'immaginazione ci fa cogliere uno scorcio di torce accese sulle merlature, cavalieri erranti, pellegrini e dame sontuosamente vestite; e ancora assedi, guerre, prigioni e carestie. Il tutto fa di questo libro di grande formato uno dei migliori libri fotografici che possiedo. 



                        Voto: 5/5

                          giovedì 19 settembre 2013

                          Racconti - Anton Chekhov





                           

                          I Contenuti

                          L'animo umano è un paesaggio eterogeneo ed enigmatico. Anton Cechov è stato capace di raccontarlo in decine e decine di racconti, tra cui una parte viene presentata tra queste pagine. In ogni racconto vengono indagatati gli abissi e le increspature di ogni personaggio, andandone a recuperare il nucleo di mistero più nascosto. Il grande narratore russo registra gli ultimi sussulti della borghesia del suo paese, costruendo un affresco unitario e nitido.



                          La Recensione

                          Questo libro è una selezione della raccolta di racconti di Anton Čechov che è stato uno scrittore, drammaturgo e medico russo, vissuto nell'ottocento russo, tempo in cui in Russia imperversava la reazione, e la vita intellettuale e letteraria attraversava una fase di ristagno. Il nome di Cechov non è mai stato legato a nessuna scuola o movimento. Fu uno scrittore ferocemente introverso.

                          Nei racconti dell'autore il tema che ricorre è quasi sempre l'aspirazione dell'uomo umile o modesto come impiegati, medici, contadini, poveri, attori, vedove, studenti o malati ad un'esistenza migliore, sia essa intesa come elevazione da una condizione miserabile e abbrutente, sia come fuga da una quotidianità meschina e opprimente. Il tutto immerso nella quotidianità, con i suoi gesti e le azioni, le parole di ogni giorno.

                          Spesso la sua narrativa e il suo teatro sono anche un accorato atto di accusa contro la società del suo tempo, che con uno stile semplice e sobrio, è modellato sul tragico quotidiano, cioè sulle tante pene dell'esistenza umana.

                          I racconti più incisivi di questa raccolta sono sicuramente "La corsia n.6" e "Il monaco nero", che hanno protagonisti persone malate mentalmente, in particolare "La corsia n.6" ha anche un'ambientazione claustrofobica, che ho trovato geniali ed inquietanti. Gli altri mi sono piaciuti meno e complessivamente direi che Cechov non rientra tra i miei autori russi preferiti, malgrado la scrittura molto fluente ed attuale anche per i nostri tempi.


                          Voto: 3/5