mercoledì 13 febbraio 2013

Finzioni - Jorge Luis Borges




 

I Contenuti

«Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia. [...] Il fatto accadde un cinque anni fa. Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d'un suo progetto di romanzo in prima persona, il cui narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori - a pochissimi lettori - di indovinare una realtà atroce o banale. Dal fondo remoto del corridoio lo specchio ci spiava». Uscito in Argentina nel 1944 e tradotto da Franco Lucentini nel 1955, Finzioni è il libro che ha rivelato Borges in Italia, e che da allora ha acquistato anche da noi la statura di un classico contemporaneo. Diviso in due parti - Il giardino dei sentieri che si biforcano e Artifici - il volume è composto di racconti che di volta in volta sono fantastici, simbolisti, polizieschi, esoterici, tutti volti a creare una sorta di «enciclopedia illusoria» di cui Borges è il magistrale compilatore.


La Recensione

No, in effetti Sig. Borges, non ne sono affatto sicuro. Anzi, potrei tranquillamente affermare che non ho inteso quasi nulla, non so se per pigrizia mentale, se perché mi mancano le basi culturali o se perché mi ha parlato, attraverso questi racconti, nel momento sbagliato.

Finzioni (Ficciones) è una raccolta di racconti di Jorge Luis Borges, scritta tra 1935 e 1944, credo che siano di stampo "fantastico", ma non ne sono proprio sicurissimo, in effetti, si collocano decisamente in una branchia della letteratura che non saprei bene come definire: sembrano impostati come saggi ma che hanno anche la poesia e la magia della letteratura fantastica.

Nella premessa, Borges espone la sua onestissima dichiarazione d’intenti: «Delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri, del dispiegatore in cinquecento pagine d’un concetto la cui perfetta esposizione orale capirebbe in pochi minuti! Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario. Così fecero Carlyle in “Sartor Resartus”, Butler in “The Fair Haven”: opere che hanno il difetto, tuttavia, di essere anch’esse dei libri, non meno tautologici degli altri. Più ragionevole, più inetto, più pigro, io ho preferito scrivere, su libri immaginari, articoli brevi».

In questa antologia si possono trovare una gran quantità di pseudobiblia, di libri inventati dall'autore semplicemente perché recensirli è più “facile” che scriverli! Si forse ce ne sono anche troppi e il libro bisogna tener presente consta di neanche un centinaio di pagine, questo esprime la giusta misura del mio tedio nell'aver portato avanti la lettura.

Dei quattordici racconti presenti, direi che mi sono piaciuti nell'ordine decrescente: 

La biblioteca di Babele (il migliore e l'unico che mi ha davvero entusiasmato e che ricorderò)
La lotteria a Babilonia
Le rovine circolari

un po' pochini, lo ammetto. Per tutti gli altri: ho capito poco, non mi sono sforzato abbastanza, la noia ha preso il sopravvento, mi sono addormentato, pensavo al prossimo libro da leggere.

Mi scuso Eccellentissimo Maestro, ma proprio non ho capito la sua favella.


Voto: 3/5

    giovedì 7 febbraio 2013

    Destinatario sconosciuto - Kathrine Kressmann Taylor




     

    I Contenuti

    1932. Martin Schulse, tedesco, e Max, ebreo americano, soci in affari e amici fraterni, si separano quando Martin decide di lasciare la California per tornare a vivere in Germania con la famiglia. Inizia tra i due uno scambio di lettere, nei toni di una intensa partecipazione affettiva. Ma l'ombra della storia si proietta sul destino dei suoi amici. Hitler sale al potere, voci sempre piu allarmanti giungono alle orecchie di Max. Martin, da parte sua, guarda dapprima con perplessita, quindi con crescente entusiasmo ai destini della nuova Germania guidata dal Fuhrer. E la corrispondenza riflette stati d'animo in evoluzione: si insinua una nuova freddezza, l'affetto si incrina, i contrasti ideologici precipitano fino a diventare insanabili. L'amicizia e ormai impossibile, ma Max continua a credere nella lealta dell'antico socio, e si rivolge a lui per chiedere aiuto in una circostanza drammatica che coinvolge la sorella, in passato amante di Martin, ora attrice a Berlino, pericolosamente esposta al crescente furore dell'antisemitismo. La reazione di Martin, che ha nel frattempo assunto un incarico di rilievo nel partito nazista, sara, prevedibilmente crudele. Ma totalmente imprevedibile si rivela il colpo di scena che segue, orchestrato dall'autrice con abilita machiavellica: una svolta inattesa, un ribaltamento radicale dei rapporti di forza tra i due protagonisti, un inquietante scambio di ruoli tra vittima e carnefice determinano il partecipare della tragedia, e preparano una conclusione impossibile da dimenticare.



    La Recensione

    Destinatario sconosciuto è un romanzo epistolare di Katherine Kressmann Taylor pubblicato nel 1938 dalla rivista “Story” di New York. Pubblicato nel 1939 come libro vero e proprio, ha un successo relativo e sembra vendere moltissime copie, poi però cade nel dimenticatoio e il libro viene ignorato per sessant'anni: solo nel 1999, tre anni dopo la morte dell'autrice, viene tradotto in francese e diventa un best-seller. Da questa storia è stato tratto anche l'omonimo film, diretto da William Cameron Menzies.

    Il racconto si articola attraverso la corrispondenza tra due amici quarantenni di origine tedesca che, già proprietari in società di una galleria d'arte a San Francisco, ora sono lontani perché uno di essi, Martin Schulse, ha deciso di far ritorno nella madre patria con la famiglia. La gestione della galleria d'arte rimane quindi nelle mani dell'altro, Max Eisenstein, che da buon ebreo, ha grande fiuto per gli affari. All'inizio la corrispondenza tra i due amici e' molto calorosa. Poi cominciano a contenere riferimenti alla situazione politica in Germania. La Germania che si trova nel pieno della crisi economica degli anni '30, la povertà della popolazione e la ricchezza del rimpatriato corrispondente; con il passare dei mesi un nuovo attore politico sale alla ribalta: Adolf Hitler, prima i tedeschi sono dubbiosi, poi ammirati e infine arriveranno a seguire il Führer verso gli orrori che ormai tutti noi conosciamo. 

    Tra i due amici, comincia ad incrinarsi il rapporto, Martin Schulse sembra abbracciare il nazismo, l'amico è dapprima incredulo, poi rassegnato ed ad un certo punto disperato per la sorella ebrea che si reca a Berlino...

    Un racconto semplicissimo, ma profondamente crudele. E non dalla parte che ti aspetteresti fino a metà racconto. L'impianto di base, la struttura narrativa, sembra quasi quello di un giallo: la vendetta finale è perfetta, atroce, così spietatamente congegnata che il lettore ne rimane disorientato.


    Voto: 4/5

      Le città invisibili - Italo Calvino




       

      I Contenuti

      Città reali scomposte e trasformate in chiave onirica, e città simboliche e surreali che diventano archetipi moderni in un testo narrativo che raggiunge i vertici della poeticità.


      La Recensione 


      Pubblicato nel 1972, "Le città invisibili" è un romanzo di Italo Calvino in cui l'autore ricorre alla tecnica della letteratura combinatoria. Questo libro è infatti un romanzo metanarrativo, in quanto porta il lettore a riflettere sui meccanismi stessi della scrittura.

      Mi sembra chiaro, no? No, in effetti, non lo è molto. Riproviamo: due protagonisti, il primo è Marco Polo che, alla corte di Kublai Kan, il secondo personaggio, fornisce attraverso i suoi dispacci al Sovrano le descrizioni delle città che vengono toccate dai suoi viaggi all'interno dello sterminato Impero: in queste narrazioni parla degli uomini che le hanno costruite, della forma della città, delle relazioni tra la gente che le popola e della forma architettonica delle città stesse. Adesso è un po' più chiaro? Sì? Bene, ma vi state sbagliando.

      Perché queste città, in realtà non esistono, sono reali solo nella mente del viaggiatore veneziano: Marco Polo infatti le descrive ora nei più minuziosi dettagli, ora valutando l'insieme, ma sempre guardando dove tutti gli altri non guardano, verso dettagli che ad altri paiono invisibili, queste città possono esistere/esistono/esisteranno/sono esistite in passato. Ecco adesso siamo tornati al principio, non ci si raccapezza, vero?

      In questa conversazione che esiste solo al di fuori dello spazio e del tempo, Marco Polo, il grande ambasciatore medievale, esploratore di mondi meravigliosi, accompagna Kublai Khan in un caleidoscopio di cinquantacinque città mai viste: invisibili, come dice bene il titolo, perché edificate apparentemente solo dal pensiero del veneziano. Invisibili dunque, ma non è detto che siano effettivamente "inesistenti", perché di fatto non può essere esclusa la possibilità che da qualche parte esistono/esisteranno/sono esistite in passato.

      Queste città sono in verità delle metafore del pensiero, e questa forma di pensiero, si fa narrazione, storia, esplorazione. Così "Le città invisibili" diventa non più storia, ma un saggio figurato e metaforico su come si creano le storie, e i principi architettonici su cui si fondano le sue vie, i suoi giardini, le finestre, le tubature dell'acqua, le immondizie, le carrucole, i ponti sospesi, la terra, i fiumi, i laghi sotterranei, sono in verità solo classici strumenti narrativi e linguistici.

      Alcuni amici architetti mi hanno detto che esiste il complesso di Italo Calvino: nel senso che sembra che abbia scritto il più bel libro di architettura, senza essere architetto. Si può anche notare che, seppur ambientato all'epoca di Marco Polo, in pieno medioevo, nel romanzo sono presenti numerosi riferimenti ad elementi del mondo contemporaneo, dunque anacronismi e utopie, città come Los Angeles, e luoghi come gli aeroporti, che di certo all'epoca non esistevano.

      No, così proprio non se ne esce. Non so proprio come rendere chiaro quanto sia bello questo libro, posso aggiungere però che dopo la pubblicazione americana nel 1975 l'opera è stata anche finalista del Premio Nebula del 1976 (dunque anche romanzo di fantascienza?) e che addirittura a Minorca è stato costruito un hotel i cui interni sono basati interamente sulle descrizioni di questo libro.

      Non so proprio come convincervi a leggere di queste 55 città che hanno tutte un nome di donna, potrei parlarvi per esempio di Eutropia dove “Entrato nel territorio che ha Eutropia per capitale, il viaggiatore vede non una città ma molte, di eguale grandezza e non dissimili tra loro, sparse per un vasto e ondulato altopiano. Eutropia è non una ma tutte queste città insieme; una sola è abitata, le altre vuote; e questo si fa a turno. Vi dirò ora come. Il giorno in cui gli abitanti di Eutropia si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua via, i debiti, la gente da salutare o che saluta, allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina che è lì ad aspettarli, vuota e come nuova, dove ognuno prenderà un altro mestiere, un’altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi amicizie maldicenze.

      Oppure potrei citarvi di Sofronia che ”si compone di due mezze città. In una c'è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con raggera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L'altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l'altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d'un'altra mezza città. Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i doks, la raffineria di petrolio, l'ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l'itinerario d'ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell'ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci. 

      Potrei cercare di raccontarvi anche le altre 53, ma perché farlo fare a me, male, quando potete voi stessi trasformarvi figurativamente in Marco Polo, ed esplorarle da soli?



      Voto: 5/5

        mercoledì 6 febbraio 2013

        Cloud Atlas. L'atlante delle nuvole - David Mitchell




         

        I Contenuti

        I sei protagonisti de Cloud Atlas-L'atlante delle nuvole vivono in punti e momenti diversi del mondo e del tempo, eppure fanno parte tutti di un unico schema, una specie di matrioska composta da sei personaggi uniti l'uno all'altro dal filo sottile e inestricabile del caso. Le loro anime si spostano come nuvole, passando dal corpo di un notaio americano di metà Ottocento, giunto su un'isola del Pacifico per assistere ai devastanti effetti del colonialismo, al giovane musicista che s'intrufola nell'esistenza di un celebre compositore belga tra le due guerre mondiali. 
        Da un'intrepida giornalista che indaga sull'omicidio di uno scienziato antinucleare in piena guerra fredda, a un editore inglese in fuga dai creditori nella Londra anni Ottanta, sino a un clone schiavizzato nella Corea del prossimo futuro. Per arrivare infine all'alba del nuovo mondo - all'indomani dell'apocalisse - e al suo primitivo, stupefatto abitante. I sei personaggi si trasformano vivendo avventure incredibili in un affascinante, inventivo viaggio nella Storia - dalle grandi esplorazioni fino ai confini del mondo che verrà - e nell'anima stessa dell'uomo.
        Cloud Atlas-L'atlante delle nuvole è un romanzo generoso, un'apoteosi di sapori, colori e atmosfere che emoziona, stordisce e finisce dove tutto era iniziato. Un'epica storia del genere umano nella quale le azioni e le conseguenze delle nostre vite si intrecciano attraverso il passato, il presente e il futuro, mentre le nostre anime si trasformano cambiando per sempre il nostro destino.



        La Recensione

        L'atlante delle nuvole è un romanzo di David Mitchell del 2004, finalista del Booker Prize, del Premio Nebula e del Premio Arthur C. Clarke; ecco appunto, finalista, ma non vincitore, e ci sarebbe mancato pure che lo vincesse con una sozzura del genere. Il romanzo è stato adattato nel film “Cloud Atlas” del 2012, scritto e diretto dai fratelli Wachowski e Tom Tykwer, il fatto che sia stato riscritto, mi suona bene e forse potrei anche prendere in considerazione l'idea di vederlo.

        Dal successo (?) del film, la ristampa di un libro del 2004, dimenticato probabilmente dai più e la re-immissione del libro nel circuito librario, con la furba copertina del poster del film... insomma la solita operazione commerciale che si ripresenta ogni qualvolta che viene preso un libro e trasformato in un film. Sì, ci sono cascato anche io. E con tutti i piedi, questa volta. 

        Il romanzo consiste in sei storie che differiscono per stile, genere e ambientazione. Ogni racconto si configura come una storia letta o conosciuta dal personaggio del racconto successivo. Le prime cinque storie si interrompono a metà della narrazione, mentre la sesta, collocata a metà del volume è presentata senza interruzioni. Da lì, come una sorta di schema specchiato, le storie lasciate in sospeso riprendono in ordine inverso, fino a tornare alla prima storia.

        Il libro non è un romanzo, ma neanche lontanamente. E' una raccolta di racconti che spaziano dal resoconto di viaggio, alla fantascienza, passando per il thriller (no, non è come pensate, è peggio). Furbescamente trasformato in una sorta di romanzo, tramite collegamenti che dovrebbero far saltare il lettore dalla poltrona e pensare: “caspita, che idea!”, invece si pensa per lo più: “caspita, che noia!”, o “ma chi credi di prendere in giro?” e varianti sul tema.

        Dunque mi rifiuto categoricamente di recensire questo libro come un romanzo, e darò poche opinioni in merito per ogni racconto:

        . Adam Ewing Isole Chatham, XIX secolo: Il racconto più noioso del libro, del secolo, di quanti ne abbia letti negli ultimi dieci anni.

        . Robert Frobisher Belgio, 1931: Il secondo racconto più noioso che abbia mai letto, dopo il primo che sta qui sopra.

        . Luisa Rey California, 1975: Il racconto più stupido del libro, del secolo, di quanti ne abbia letti negli ultimi dieci anni.

        . Timothy Cavendish Regno Unito, XXI secolo: L'unico che suscita un minimo interesse e che non mi ha propriamente disgustato (sarà per il mio amore incondizionato a “Qualcuno volò sul nido del cuculo”)

        . Sonmi~451 Corea, XXII secolo: Il racconto, di fantascienza, più noioso del libro, del secolo, di quanti ne abbia letti negli ultimi dieci anni.

        . Zachry Isola di Hawaii, XXIV secolo: Giuro che non me lo ricordo quasi e saranno passate quattro ore.

        Tirando le fila di tutto: un libro noioso, futile e indigesto come il cinghiale che sta sulla pancia di notte, di una nota pubblicità di compresse digestive. 


        Voto: 1/5

          lunedì 4 febbraio 2013

          Il nuotatore - John Cheever




           

          I Contenuti

          Cosa c'è di più avventuroso, in una pigra giornata di sole, che decidere di attraversare tutta la contea a nuoto? Ned ha appena scoperto e battezzato il fiume Lucinda: un corso d'acqua composto da tutte le piscine e i rigagnoli che collegano la casa dei Westerhazy, di cui è ospite, a casa propria. Perché, si dice Ned, in una così pigra e piacevole giornata d'estate non tentare l'impresa, piscina per piscina? C'è qualcosa, però, che potrebbe rendere l'avventura più complicata di quanto Ned abbia previsto. Tratto da I racconti, pubblicato da Feltrinelli.


          La Recensione

          Ho preso questo racconto praticamente ad occhi chiusi, in offerta a novantanove centesimi, senza sapere del contenuto, della lunghezza, attirato irrimediabilmente dalla copertina e dal titolo. Non ho neanche letto la trama, potevo trovarmi davanti alla biografia di Ian Thorpe o ad un saggio sul nuoto. Ma facendo così tante vasche ogni settimana, non potevo non esserne catturato, da subito.

          Quando l'ho "aperto" sull'ereader, ed ho visto che era un racconto di venticinque pagine ne sono rimasto sorpreso: "cosa potrà mai raccontare un autore, di un nuotatore, in venticinque pagine? Si fa quasi prima a leggere il racconto che a fare una vasca". Mi sbagliavo, ma ci avrei messo poco a scoprirlo.

          "Il nuotatore", di John Cheever, una piccola storia epica, a metà strada tra illusione e realtà; uno dei racconti più noti dello scrittore americano, da cui è stato tratto (come ho scoperto dopo) anche “Un uomo a nudo”, film di Frank Perry girato nel 1968 con protagonista Burt Lancaster. Che a questo punto dovrò assolutamente recuperarmi.

          Neddy Merrill, in un pomeriggio d'estate, trovandosi in una festa presso la piscina di alcuni amici, decide di ritornare a casa a nuoto, ovvero attraversando tutte le piscine pubbliche e private della contea, come se queste formassero una sorta di fiume sotterraneo, a cui da un nome: “Lucinda”. Sembra divertente, ma questo “viaggio” si trasformerà per il protagonista in una sorta di odissea, un'esplorazione, un pellegrinaggio verso un finale da cui Neddy non potrà sottrarsi, ma si troverà estraniato e straniero nel suo stesso mondo, né vivo né morto, confuso da quella che sembra quasi un'amnesia o forse, un rifiuto al declino, alla sconfitta. Allo svanire del sogno americano.

          Paragonato ad un grande scrittore russo come Cechov, Cheever ha sicuramente come minimo comun denominatore con lo scrittore russo, la forma di scrittura e la capacità di rivelare l'anima e le profondità dei personaggi. Sembra che gli eventi che si susseguono in questa storia non fanno veramente parte della realtà, ma più che altro alla sfera del preconscio, o anche del sogno ad occhi aperti, e sembra sempre che il protagonista si muova quasi privo da qualsiasi volontà cosciente o razionale. Come le linee boe da demarcazione dei confini di quelle stesse piscine in cui si va a nuotare.

          Qualsiasi riferimento in più alla storia raccontata, può portare alla rivelazione di quello che Ned dovrà affrontare in queste venticinque pagine e non voglio assolutamente rovinare questa chicca di bravura e di scrittura e dunque lascio che il lettore affronti la lettura da solo, come una nuotata in piscina. 

          Vi sorprenderà di sicuro.


          Voto: 4/5

            domenica 3 febbraio 2013

            Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen




             

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            "È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una buona fortuna sia in cerca di moglie..."
            "Orgoglio e pregiudizio" è uno dei primi romanzi di Jane Austen. La scrittrice lo iniziò a ventun anni; il libro, rifiutato da un editore londinese, rimase in un cassetto fino alla sua pubblicazione anonima nel 1813, e da allora è considerato tra i più importanti romanzi della letteratura inglese. È la storia delle cinque sorelle Bennet e dei loro corteggiatori, con al centro il romantico contrasto tra l'adorabile e capricciosa Elizabeth e l'altezzoso Darcy; lo spirito di osservazione implacabile e quasi cinico, lo studio arguto dei caratteri, la satira delle vanità e delle debolezze della vita domestica, fanno di questo romanzo una delle più efficaci e indimenticabili commedie di costume del periodo Regency inglese.



            La Recensione

            «Ogni volta che leggo Orgoglio e pregiudizio», disse Mark Twain, «mi viene voglia di dissotterrarla e di picchiarla sul teschio con la sua stessa tibia». Cazzo amico, se hai ragione. La noia e il tedio e l'irritazione datami da questa lettura, è davvero da disseppellire cadaveri.

            So che tutto ciò, per la maggior parte di voi non avrà molto senso, ma sono arrivato alla conclusione che oltre alla maggior parte dei scrittori francesi moderni, non vado d'accordo con le autrici inglesi dell'ottocento, dopo "Cime tempestose", questo è un altro classico che appena finito, mi sembra di detestare da una vita. Ridatemi "Guerra e Pace" da rileggere cento volte, "I fratelli Karamazov", altre cinquanta, mille volte ancora "Il Conte di Montecristo", ma non voglio sentir parlar mai più di Bennet, se non sotto forma di catena di supermercati.

            Orgoglio e pregiudizio è uno dei più celebri romanzi della scrittrice inglese Jane Austen, pubblicato il 28 gennaio 1813, celebre, famosissimo, ed introduttivo al libro l'incipit « È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie ». E detto questo, abbiamo riassunto l'ottanta per cento del libro.

            Il romanzo ha come temi principali (che danno il titolo all'opera) l'orgoglio di classe del signor Darcy e il pregiudizio di Elizabeth Bennet nei confronti di quest'ultimo. La trama si concentra sulle vicende della famiglia Bennet, composta dai signori Bennet e dalle loro cinque figlie: Jane, Elizabeth (per gli amici Lizzy), Mary, Catherine (detta anche Kitty) e Lydia. L'obiettivo rimasto alla signora Bennet, vista la mancanza di un figlio maschio che possa ereditare la loro tenuta di Longbourn nell'Hertfordshire, è quello di vedere sposata almeno una delle sue figlie prima possibile.

            Do atto alla Austen di avere un 'intelligenza brillante e a piccoli colpi di ironia, fa un ritratto poco lusinghiero della società in cui vive. Oggi diremmo dissacrante? Ma ormai sembrano esserli solo i "comici" in televisione. Povera società di allora e povera ancor più questa. 

            Cosa mi è piaciuto di questo libro? Solo pochi personaggi: lady Catherine de Bourgh, degna di una cattiveria e fiera ostentatrice dei peggiori pregiudizi, che non possiamo nella sua totale perfidia non amare e il vecchio, caro, adorabile, saggio e un po' svampito Mr. Bennet. Anche il reverendo Collins e la signora Bennet, nella loro totale assurdità sono da menzionare.

            Cosa ho odiato? Tutta quella masnada di femmine petulanti e tutto il loro contorno di cose completamente senza senso. Adesso capisco quel fattore sessuale, che il novanta per cento delle "Janites" sono donne. Alla fine forse Charlotte Brontë mi trova d'accordo almeno quando dice che la considerava «furba e del tutto priva di poesia», ma la maggioranza dei maschi ritiene i suoi libri, soprattutto "Orgoglio e pregiudizio", una sofferenza infinita.

            Ma davvero tanta, tanta sofferenza infinita.


            Voto: 1/5