mercoledì 23 ottobre 2013

Il deserto dei Tartari - Dino Buzzati


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I Contenuti

"Il deserto dei Tartari" narra la storia di Giovanni Drogo, che una mattina di settembre parte dalla città per raggiungere la fortezza Bastiani, dove trascorrerà tutta l'esistenza. Il suo viaggio sembra portare ai confini del mondo abitato, in una costruzione militaresca che appare "antica e deserta", in un luogo in cui ristagna un torpore misterioso e tutto, dalle mura al paesaggio, traspira un'aria inospitale e sinistra. Per trent'anni Giovanni Drogo subisce l'oscuro male dei fortini, delle ridotte, delle casematte, e quella sorta di stregata immobilità si insinua fra i personaggi, come per salvaguardare il presentimento di nobili imprese. Qui Drogo attende, come tutti gli altri, che qualcosa dal deserto si muova, ma questo accade quando la sua vita è giunta al vero confine dell'uomo ed egli muore solo, in una povera locanda sulla strada di ritorno verso casa. La storia acquista così una sua forza allegorica, che investe tutti gli uomini, il senso delle loro azioni e della loro esistenza. 

La Recensione

Il romanzo "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati è stato pubblicato nel 1940 e decisamente segnò la consacrazione di Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano. L'autore in un'intervista affermò che lo spunto per il romanzo, era nato dalla monotona routine redazionale notturna che faceva a quei tempi. Molto spesso avevo l'idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita; la trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico era stata per lui quasi istintiva.

Da questo libro è stato creato anche un film, molto bello e poetico, nel 1976 diretto da Valerio Zurlini connel cast Vittorio Gassman, Jacques Perrin, Philippe Noiret, Max Von Sydow e l'appena compianto Giuliano Gemma.


Il tema centrale del romanzo è quello della fuga del tempo, ed è un magistrale esempio della rappresentazione della vita come attesa, come sconfitta e rinuncia, forze ineluttabili guidano l’esistenza di ognuno, coincidenze assurde ed imprevedibili ne determinano il corso, e l’uomo, molto spesso in preda all'angoscia, solitario avventuriero sulla strada della vita, può essere liberato solo dalla morte.


La trama è questa: Giovanni Drogo è un giovane tenente ventunenne destinato ad un avamposto isolato, il Forte Bastiani, un’immensa fortezza gialla ai confini del deserto, un tempo regno dei mitici nemici, i Tartari. In un’atmosfera di mistero, sospesa nel tempo, in un clima eroico di gloria e speranza pietrificato, i soldati aspettano l’arrivo dei Tartari i misteriosi nemici del Nord. E’ un’attesa perenne e senza senso che contagia anche il protagonista che arrivato con l’idea di andarsene subito, deciderà di restare, anche lui motivato da quella vana, grandiosa aspettativa della guerra, e si rende conto del tempo che è passato solo dopo quindici anni, quando improvvisamente sente che la giovinezza se ne è andata e si rende conto di aver vissuto vanamente. Ed è proprio allora che i Tartari sbucano dal deserto e prendono d’assalto la Fortezza, ma ormai Drogo, vecchio soldato ormai incapace di combattere, dovrà andarsene prima di vivere quello che aveva aspettato per tutta la vita. 


Lo stile del romanzo è meraviglioso, lo scrivere dell'autore sublime, la narrazione si adegua all’atmosfera surreale, dalla lentezza iniziale della vita monotona e ripetitiva che occupa i primi venti capitoli, al ritmo accelerato che la vicenda assume dal momento in cui il protagonista si rende conto che l’esistenza è fuggita via. 


Un libro imprescindibile per ogni lettore, un’avventura che si fa riflessione profonda e lucida. 



Voto: 5/5
 

    domenica 13 ottobre 2013

    Ognuno muore solo - Hans Fallada




     

    I Contenuti

    «Il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo» (Primo Levi). Ognuno muore solo (uscito nel 1947) è basato su una storia vera, rielaborazione letteraria dell’inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi di mezz’età. Hans Fallada, massimo autore del neorealismo weimariano, ormai alcolizzato, dipendente da farmaci, ripetutamente incarcerato e rinchiuso in istituti psichiatrici, ricevette l’incartamento da autorità della ricostruzione e scrisse l’opera nel tardo 1946, in ventiquattro giorni, appena prima di morire. Eppure, questo ritratto raggelante, della Germania sotto la doppia angoscia del nazismo e della guerra, è rimasto dimenticato a lungo e vive solo oggi una nuova stagione anche grazie alla trionfale scoperta e pubblicazione in America. Ciò, malgrado possegga, oltre il valore letterario e storico, tutte le qualità che assicurano un’esperienza di lettura toccante. La tensione livida, paragonata al primo Le Carré. L’azione corale di un gran numero di personaggi mai stereotipati, benché più istintivamente gran parte di loro ispirerebbe o repulsione disgustata o eroico entusiasmo. La trasfigurazione, nel racconto oggettivo privo di ogni espressionismo, dell’esperienza ambientale di chi, forse unico tra gli scrittori antinazisti già affermati, non emigrò mai, continuando a respirare il potere totale hitleriano. Una spietata caccia all’uomo, con tanto di bandierine sulle carte, guidata da investigatori tanto tecnicamente capaci quanto irrazionalmente mossi da un fanatismo assurdamente sproporzionato agli scopi. E probabilmente le ragioni dell’oblio e della riscoperta stanno appunto nel fatto che è un romanzo sulla resistenza. Un romanzo sulla resistenza e sulla disperazione. Contrastante, quindi, con il luogo comune di un Hitler che non conobbe oppositori tra la gente ordinaria, unita nella colpa collettiva. Fallada racconta di poveri eroi. Anna e Otto Quangel, lui caporeparto lei casalinga, come tutti i loro pari soli e addormentati e poco prima ancora abbagliati dal Führer, conoscono un risveglio dopo la notizia della morte del figlio al fronte, e cominciano a riempire alcuni caseggiati della loro Berlino con cartoline vergate in modo incerto di appelli ingenui di ribellione. Lo fanno per comportarsi con decenza fino alla fine, ben sapendo che morranno e sicuri che nel vicino incontreranno più facilmente il delatore. L’autore li illumina, scorgendo in loro una specie di coscienza della nazione, rappresentata dai tanti volti intorno, espressioni di un popolo spaccato in due, chi odia e opprime e chi è sepolto nella sua paura.




    La Recensione

    Questo fu l'ultimo romanzo di Hans Fallada che uscì postumo nel 1947, si intitolava “Jeder stirbt für sich allein“ tradotto in italiano come “Ognuno muore solo”. Il libro, tradotto in italiano nel 1948 da Einaudi, è stato recentemente pubblicato in Inghilterra e ha venduto più di 100.000 copie solo negli ultimi tre mesi, inserendosi tra i 50 bestseller inglesi di sempre.

    L'autore morì per un overdose di morfina poco prima che il libro fosse pubblicato. Figlio di un giudice che lo voleva avviato alla sua stessa carriera, la sua vita fu segnata da droghe, alcolismo e da una malattia mentale per cui fu più volte ricoverato in diverse cliniche psichiatriche.

    Primo Levi disse che questo era “uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo”; racconta la storia di Otto e Anna Quangel, che dopo aver perso il figlio in guerra decidono di iniziare una campagna contro Hitler distribuendo cartoline anti-naziste per le strade di Berlino. Ne depositeranno 285 in due anni, ma solo 18 non saranno consegnate alla polizia e la loro silenziosa opposizione diciamo che non finirà nei migliori dei modi. Il libro si ispira alla storia vera dei coniugi Otto ed Elise Hampel, che furono catturati, processati e decapitati dal regime nazista nel 1943.

    Una prima domanda e fondamentale domanda che ci dovremmo porre è: "cosa avremmo fatto noi al loro posto?"; difficile rispondere, vivere sotto una dittatura, così estrema e terribile come fu quella nazista deve essere stato durissimo, anche senza opporsi ad essa. Ma da qui possiamo partire per capire a fondo questo romanzo. La ribellione di queste persone, così mirabilmente descritta da Fallada, ci offre uno spaccato di quello che poteva essere la società tedesca di quel tempo, permeata da un ideologia da "dentro o fuori". O eri un nazionalsocialista (dunque più che un connazionale tedesco) o eri una persona da sospettare, da correggere, da redimere. 

    Poi intorno alle figure dei coniugi Quangel, i protagonisti, si muovono una serie di altri personaggi, perlopiù in difficoltà. Ruffiani, prostitute, ubriaconi, scommettitori, spie, moltissime tra la gente comune. Quasi tutti muiono, innocenti o meno. La limpidezza con cui Fallada descrive la crudeltà delle SS, della Gestapo, delle guardie carcerarie, fa rabbrividire. Eppure tutto è descritto così, semplicemente, perchè questa era la normalità.

    "Ognuno muore solo" è prima di tutto un romanzo di denuncia, molto cupo e con davvero poca speranza, la paura della morte, il diffidare di tutte le persone che ci sono intorno, la disperazione della vita, sotto il giogo nazista. Alla fine però è un romanzo che si legge bene, scorre velocemente dopo i primi capitoli un po' lenti, complice una scrittura un po' datata a cui dobbiamo abituarci.

    Da leggere assolutamente per capire cos'è una dittatura e la resistenza ad essa; fatta da piccole persone, con gesti non eclatanti, forse con nessun risultato se non rimansere onesti con se stessi.


    Voto: 4/5