lunedì 4 settembre 2017

Vademecum per perdersi in montagna - Paolo Morelli


Vademecum per perdersi in montagna

 

I Contenuti

In questo manualetto di filosofia di montagna, Morelli considera una fortuna che la terra sia corrugata e continui in futuro a corrugarsi e a generare rilievi, nonostante le acque lavorino per rendere i continenti lisci, adatti alle strade asfaltate e alla civiltà della ruota. Da pochi lustri si è appreso che le principali catene montuose, contorcendosi come vertebrati, salgono ogni anno di qualche decimillimetro. Questo libro è per chi gode di tale notizia, e spera invece che il mare si allontani, assieme alle spiagge, alle cabine e ai bagnanti, che sono concettualmente agli antipodi. Il libro si vedrà che è al fondo un po' stoico, anche un po' scettico (forse taoista, anche se l'autore certo non lo direbbe); il che serve a moderare i furori alpestri e la foga ascensionale degli zotici, ma anche a far sorgere la voglia di una fuga definitiva e felice tra i monti, con tutto l'indispensabile. 

La Recensione

E' colpa mia. 

Qualunque richiamo, sia fotografico, disegnato, scritto o anche solo promesso vagamente dove compaia la parola o l'immagine di una montagna, farà da catalizzatore, da richiamo sirenico di Ulissiana memoria e mi farà tendere le mani e aprire il portafoglio.

Va da sè che, come prima o poi a camminare per prati in montagna lo scarpone in qualche buascia di vacca ce lo infili, anche in questo caso non è che sia molto diverso.


Voto: 1/5

    giovedì 31 agosto 2017

    Le otto montagne - Paolo Cognetti


    Le otto montagne by Paolo Cognetti

     

    I Contenuti

    La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all'altro, silenzio, tempo e misura. Lo sa bene Paolo Cognetti, che tra una vetta e una baita ambienta questo potentissimo romanzo. Una storia di amicizia tra due ragazzi - e poi due uomini - così diversi da assomigliarsi, un viaggio avventuroso e spirituale fatto di fughe e tentativi di ritorno, alla continua ricerca di una strada per riconoscersi.
    «Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand'ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo».
    Paolo Cognetti
    Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lì, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui». Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito piú vero: «Eccola lì, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino». Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno. Paolo Cognetti, uno degli scrittori più apprezzati dalla critica e amati dai lettori, entra nel catalogo Einaudi con un libro magnetico e adulto, che esplora i rapporti accidentati ma granitici, la possibilità di imparare e la ricerca del nostro posto nel mondo.


    La Recensione

    Le otto montagne di Paolo Cognetti, scrittore italiano classe 1978, autore di raccolte di racconti per Minimum fax tra l'altro di "Sofia si veste sempre di nero", "Manuale per ragazze di successo", "Una cosa piccola che sta per esplodere", e anche di alcuni saggi sulla montagna con "Il ragazzo selvatico" e un paio su New York come "New York è una finestra senza tende". L'8 novembre del 2016 è uscito per Einaudi il suo primo romanzo in senso stretto: Le otto montagne, appunto, venduto in 30 paesi ancor prima della pubblicazione e con il quale si è aggiudicato il Premio Strega 2017.

    La trama del romanzo: È la storia di Pietro, nato in città, silenzioso, figlio di un uomo e una donna appassionati alla montagna. Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. Un piccolo paese, Grana, sotto il Monte Rosa diventa il luogo dove passeranno le loro estati, dove Pietro conoscerà Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". La storia diventa doppia, vedremo crescere i due amici con vite diverse, quasi diametralmente, con scelte che solcheranno come sentieri montani le loro vite, vedremo invecchiare i genitori di Pietro e l'entrata in scena di nuovi personaggi, fino a scoprire l'eredità che la montagna lascerà a tutti loro.

    Quando esce un libro con una copertina o un rimando nel titolo (a parte quelli nello scaffale sport) che ha a che fare con la parola "montagna", io non resisto, finisce immancabilmente nel carrello anche se fosse la storia di un sasso che non si è mai mosso da una cengia per millenni. E' una mia deformazione passionale, per me le montagne sono un richiamo troppo forte, ho una parte del cervello che probabilmente è a forma di una catena montuosa e tutto ciò che attiene ad esse sono per me un'attrattiva troppo forte; ma questo libro rimane sui miei scaffali per parecchio tempo... prima perchè un amico me ne parlò e lo liquidò in maniera spiaccia dicendomi che non gli era piaciuto molto e questo m'influenzò, poi perchè quando vinse il premio Strega me lo fece diventare antipatico nell'attimo stesso in cui lessi la notizia. Non per una sorta di snobismo letterale, ma perchè so come vengono assegnati questi premi e dunque di default li setto come “pura operazione commerciale”. Senonché quelle montagne con la baita sotto, con le nuvole basse a circondarla e sotto un cielo stellato erano un richiamo troppo alto per la mia sezione del cervello adibita ai monti e guarda la copertina oggi e guardala domani…

    Appena ho cominciato a leggerlo ho capito che mi avrebbe catturato e che non mi avrebbe lasciato per molto tempo: la montagna, nella sua forma più reale e anche in quella più astratta che ci sia (intesa come calderone di emozioni ed esperienze), è custode e a sua volta protagonista di questa storia, che tratta di formazione, affetti familiari e di amicizia. E’ da un po’ che non mi capitava di leggerne di così belli, intimi, lirici e selvaggi, sebbene il romanzo sia breve.
    Ho adorato da subito la descrizione della vita scandita dal duro lavoro e dai ritmi dettati dalla natura in montagna, dai due personaggi così diversi seppure affini, dalla loro amicizia che si rinnova ad ogni estate quando Pietro lascia la città per fare ritorno insieme alla famiglia tra quelle montagne e, ogni volta, Bruno è lì ad aspettarlo, come se non fosse passato che un giorno. Perché le parole non contano, come non conta la distanza che li separa.

    Quello che prende vita dal libro è il racconto della vita: le avventure, i giochi, le incomprensioni, le prime difficoltà e i sensi di colpa; i due bambini che diventano ragazzi e il diventare adulti, sbagliando, cadendo, riprovando e le loro famiglie, diverse ma entrambe imperfette, ma soprattutto si racconta di padri, fragili o brutali e delle donne che gli stanno accanto.

    Ma sopra tutto, lei, la montagna, protagonista assoluta. Un atto d’amore verso di lei come la intende Cognetti, lontana dal consumismo di massa dello sci invernale o dei paesini ricostruiti e finti che richiamano i turisti per pochi mesi l’anno. Una montagna vera, rude, spietata e selvaggia, indifferente alle vite degli uomini.

    Questo è anche un libro sulla solitudine che è comune a chi in montagna ci va, ancor più a chi ci vive, fatta di silenzi, della difficoltà ad aprirsi verso gli altri, di sacrificio, ma anche di gioia quando si riesce a raggiungere una vetta intesa anche come obbiettivo di vita. La forma e le parole di questo romanzo sono essenziali, dirette, eppure evocative ed intense in cui senza dubbio si avverte l’eco di una persona che in montagna ci ha vissuto e ci vive.

    Considero quasi essenziale questa lettura a chi ama la montagna, perché saprà ritrovarsi in molte parole e gesti comuni a tutti quelli che si perdono in pratoni, pietraie e ghiacciai, ma al contempo, essendo un bellissimo romanzo di formazione, lo consiglio a tutti per la potenza evocativa dei legami famigliari che porta con sé.

    «Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.»


    Voto: 5/5

      lunedì 28 agosto 2017

      Gilead - Marilynne Robinson


      Gilead

       

      I Contenuti

      Il reverendo John Ames sta morendo. Sa che non potrà veder crescere il figlio di soli sette anni, né offrirgli testimonianza di ciò che è stato e ha imparato. Sceglie allora di affidarsi a una lettera-diario, per mostrargli quanto di sé, e del mondo, è importante sapere. E così nelle pagine dolcissime di questa confessione gli racconta della forza con cui ha amato un'esistenza non sempre facile, delle sue convinzioni e dei suoi dubbi, di come sia sceso a patti con il passato e abbia accettato di vivere nel presente guardandolo sempre con grazia e meraviglia. Un atto d'amore, un dialogo intenso di un padre con un figlio e di un uomo con Dio. Un romanzo lucido e luminoso nel quale l'intelligenza e la speranza parlano la stessa lingua.

      La Recensione

      Gilead, in originale pubblicato come "Gilead" è un romanzo scritto da Marilynne Robinson che è stato pubblicato nel 2004. Marilynne Robinson pubblica per la prima volta Gilead nel 2004 e vince il premio Puitzer nel 2005. L’Italia ha atteso diversi anni per pubblicarlo ma la traduzione di Eva Kampmann restituisce minuziosamente l’atmosfera linguistica dell’originale. E' il secondo romanzo della scrittrice, ed è il primo della trilogia, a cui si aggiungono Casa e Lila che compongono il trittico romanzesco che segna la definitiva consacrazione dell'autrice.

      Il libro è scritto come un romanzo epistolare. Infatti l'intera narrazione è un unico, continuo, seppur episodico documento, scritto a più riprese in una forma che combinano un diario e un memoire. Leggiamo l'autobiografia fittizia del reverendo John Ames, un anziano parroco nella piccola città isolata di Gilead, Iowa, che sa che sta morendo di una malattia cardiaca. Ames spiega che sta scrivendo un resoconto della sua vita per il suo figlio di sette anni, che avrà pochi ricordi di lui.

      Siamo nel 1956, John ha 76 anni e sente che la fine è prossima. Dieci anni prima ha incontrato l'attuale signora Ames, molto piú giovane di lui. La donna aveva sofferto molto: il pastore se ne innamorò e in lui la ragazza ha trovato conforto e assistenza. Ora sembra proprio che siano felici, sotto ogni punto di vista. Il vecchio padre sente che il figlio di sei anni non potrà mai veramente conoscere la sua storia. Ames inizia cosí a scrivere una specie di testamento, la storia della sua famiglia. Racconta di suo nonno, un uomo impegnato nelle lotte contro la schiavitù, del padre pacifista durante la guerra di Secessione. E poi si chiede: cosa ho imparato io da tutti voi?

      Il romanzo è pieno di personaggi che si specchiano e si riflettono, dove Gilead che sta al centro è un crocevia, un piccolo pezzo di mondo in cui si affacciano le vite e le storie dell’agire umano, nella narrazione di poche vite è racchiusa l’intera vicenda umana, nelle pagine si riesce ad evocare il significato della fede, l’incredibile potenza con cui si crede in qualcosa. Senza quasi che il lettore se ne accorga, con una prosa molto curata tra meditazioni e citazioni bibliche, Marilynne Robinson racconta in questo libro niente meno che la storia di un santo, un santo che non si fa annunciare da roboanti miracoli e che mai oserebbe proclamarsi tale, e l'inconsueto fascino del libro sta proprio in questo dire tutto dando l'impressione di non dire niente. 

      E' un libro meraviglioso per chi ha voglia di dedicarsi con calma e concentrazione alla lettura. Non è un romanzo da mordi e fuggi, richiede pazienza e tempo sebbene sia breve. E' commovente, intimo, profondo e raccolto e trasmette un senso di pace rassegnata.

      Leggetelo.


      Voto: 4/5

        Il silenzio - Erling Kagge


        Il silenzio by Erling Kagge

         

        I Contenuti

        In media, perdiamo la concentrazione ogni otto secondi: la distrazione è ormai uno stile di vita, l'intrattenimento perpetuo un'abitudine. E quando incontriamo il silenzio, lo viviamo come un'anomalia; invece di apprezzarlo, ci sentiamo a disagio. Erling Kagge, al contrario, del silenzio ha fatto una scelta. Nei mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha imparato a fare propri gli spazi e i ritmi della natura, e a immergersi in un silenzio interiore, oltre che esteriore: un immenso tesoro e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo dal frastuono della vita quotidiana. Ma che cos'è il silenzio? Dove lo si trova? E perché oggi è più importante che mai? Queste sono le tre domande che Kagge si pone, e trentatre sono le possibili risposte che offre. Trentatre riflessioni scaturite da esperienze, incontri e letture diverse, e tutte animate da un'unica certezza: che il silenzio sia la chiave per comprendere più a fondo la vita.


        La Recensione

        Il silenzio, titolo originale "Stillhet i støyens tid. Gleden ved å stenge verden ute", è un libro del 2016 dell'esploratore Erling Kagge. L'autore norvegese è uno dei più grandi avventurieri del nostro tempo: è stata la prima persona al mondo a camminare da solo al Polo Sud. E' stato anche il primo a superare i "tre poli" - Nord , Sud e la vetta del Monte Everest.

        L'autore con questo libro vuole dirci che il silenzio parla, comunica, racconta. Occorre semplicemente saperlo ascoltare perchè ha molto da dire; Il libro è strutturato in trentadue risposte alla domanda cosa sia "Il silenzio", che vogliono essere risposte ai vari modi di interpretare e vivere il silenzio. Indubbiamente chi come il sottoscritto ha passato ore in montagna da solo, sa bene cosa sia il silenzio e tutto ciò che ne comporta: la paura di restare soli con la persona che probabilmente ci incute più paura, noi stessi.

        Si ha paura di conoscere meglio se stessi nel silenzio. Molte volte evitiamo "di essere presenti a noi stessi all'interno della nostra vita e piuttosto viviamo nelle distrazioni degli smartphone, della tv, nelle aspettative da parte degli altri e delle persone che contattiamo nelle chat. Invece, il silenzio dovrebbe parlare, e noi dovremmo parlare con lui, al fine di sfruttare il potenziale che è presente in esso. Il silenzio va insieme alla meraviglia, ma ha anche una sorta di maestà in se stesso, è come un oceano, un campo fiorito, una distesa di neve senza fine".

        In quest'epoca del bombardamento di informazioni, staccarsi dal mondo è una necessità spesso sottovalutata dai più; chi ha dimestichezza con il stare da soli a camminare, riflettere, soprattutto a contatto stretto con la natura, molto probabilmente tutto quanto scritto in questo libricino in un modo o nell'altro lo ha già dentro di sè e a parte alcuni aspetti filosofici più complessi non aggiungerà niente di nuovo al proprio bagaglio di silenzi.

        Dunque mi sento di consigliare la lettura di questo libricino a chi è sempre connesso, a chi è sempre distratto da questo sovraccarico di stimoli e informazioni che ci circonda continuamente in questa epoca "social", a chi ha voglia di affrontare molto probabilmente la persona che conosce di meno, cioè se stesso, perchè quando si impara a stare bene nel silenzio a tu per tu con la propria anima si ha il vantaggio di stare bene anche con gli altri, o al massimo, si impara ad ignorarli e stare bene comunque con il proprio spirito.


        Voto: 3/5

          Le Grandi Storie della Fantascienza 1 - Isaac Asimov


          Le Grandi Storie della Fantascienza 1 by Isaac Asimov

           

          I Contenuti

          Le grandi storie della fantascienza, dedicate al meglio della fantascienza dell'età d'oro. Una per anno, i dieci volumi coprono il periodo dal 1939 al 1948. E' già in edicola il primo volume, di oltre 500 pagine, allegato a Newton di giugno al prezzo di 3,90 euro. Nel volume, che riguarda l'annata 1939, moltissimi grandi classici, come Io, robot di Eando Binder, Il mantello di Aesir di John Campbell, Il distruttore nero di A.E. Van Vogt (dal quale secondo alcuni ha tratto spunto il film Alien), Il triangolo quadrilatero di William F. Temple. Fantascienza sicuramente datata, in qualche caso ingenua, ma sempre ricchissima di quel sense of wonder che in quegli anni era la maggior ricchezza del genere.


          La Recensione

          "Le grandi storie della fantascienza 1", titolo originale "Isaac Asimov Presents: the Great SF Stories 1 (1939)", è il primo volume dell'antologia di racconti di fantascienza Le grandi storie della fantascienza raccolti e commentati da Isaac Asimov e Martin H. Greenberg per far conoscere maggiormente i racconti della Golden Age (Età d'oro) della fantascienza, che va dal 1939 al 1963. Le 25 raccolte furono pubblicate in origine dal 1979 al 1992, alla cadenza di due volumi l'anno.
          Gli ultimi due volumi vennero in realtà curati da Martin H. Greenberg assieme a Robert Silverberg (le condizioni di salute di Asimov andavano peggiorando e lo condussero alla morte nel 1992). Le antologie sono state edite in italiano da diverse case editrici. Dal momento che non fu raggiunto un accordo sulla loro pubblicazione, i testi dei racconti di Robert A. Heinlein presenti nelle raccolte originali non furono pubblicati in italiano, con l'eccezione del primo volume (di tutte le edizioni) e dei primi tre volumi della ristampa Bompiani, che li riportano.

          In questo primo volume, che riguarda l'anno 1939, troviamo la raccolta dei seguenti racconti, a fianco ho messo per ognuno la mia valutazione sul racconto: 

          Io, Robot 4/5
          Lo strano volo di Richard Clayton - 4/5
          Problemi con l'acqua di H. L. Gold - 3/5
          Il mantello di Aesir di Don A. Stuart - 1/5
          Il giorno è compiuto di Lester del Rey - 3/5
          Il catalizzatore finale di John Taine - 2/5
          L'uomo nodoso di L. Sprague de Camp - 3/5
          Il distruttore nero di A. E. van Vogt - 3/5
          Più grande degli dei di C. L. Moore - 2/5
          Oscillazioni di Isaac Asimov - 3/5
          La giraffa blu di L. Sprague de Camp - 2/5
          L'aureola fuorviata di Henry Kuttner - 1/5
          Pianeta pesante di Milton A. Rothman - 4/5
          La linea della vita di Robert A. Heinlein - 1/5
          Creature eteree di Theodore Sturgeon - 1/5
          Pellegrinaggio di Nelson Bond - 2/5
          Ruggine di Joseph E. Kelleam - 4/5
          Il triangolo quadrilatero di William F. Temple - 1/5
          Stella che brilli lassù di Jack Williamson - 2/5
          Disadattato di Robert A. Heinlein - 3/5

          Se devo invece dare una considerazione finale su tutti i racconti devo scrivere che alcuni sono buoni, nessuno mi ha fatto rimanere con il fiato sospeso e altri, purtroppo la maggior parte, li ho trovati davvero pessimi e nel complesso questo primo volume mi ha lasciato piuttosto perplesso.

          In questa raccolta di racconti si vedono molti aspetti della fantascienza. Forse troppi, tutti mescolati insieme. Dalle intelligenze artificiali, alle realtà post-apocalittiche, ad assurde situazioni e poi ancora grandi invenzioni e scoperte, avventure nello spazio, creature di altri mondi... il problema di fondo è che nel 1939 tutto ciò poteva creare quel "sense of wonder" che era tipico per racconti che si affacciavano per la prima volta nelle librerie americane, adesso nel 2017 per lo più fanno sorridere; sebbene sia importante rileggere questa fantascienza pioneristica, ciò non toglie che lo si fa con una punta di noia.

          Una lettura che non può mancare agli appassionati, agli altri, tutto sommato, sì..


          Voto: 2/5

            martedì 4 luglio 2017

            Il dolore è una cosa con le piume - Max Porter


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            I Contenuti

            Un uomo, studioso di Ted Hughes, è rimasto solo con i due figli, nella loro casa di Londra, dopo la morte della moglie. I tre devono fare i conti con un tempo che si è fermato, con un dolore ingombrante come una presenza. Fino alla visita inaspettata di uno strano personaggio che ha le piume e l’aspetto di un corvo. Un corvo dotato di un feroce senso dell’umorismo, un po’ baby-sitter, un po’ terapeuta, ma soprattutto amico. Un corvo che potrebbe aiutarli a venire a patti con la sofferenza e a dare un senso a un evento terribile. Sogno o realtà? Quello che è certo è che i ricordi feriscono, ma a poco a poco leniscono anche. E giorno dopo giorno il tempo ricomincia a scorrere.
            Fiaba, romanzo, poesia, questo libro è una struggente storia sul dolore, sulla perdita, e sulla forza dell’immaginazione e delle parole che aiutano a vivere.

            La Recensione

            Il dolore è una cosa con le piume, titolo originale "Grief is the Thing with Feathers", è un romanzo del 2015 di narrativa dell'autore esordiente Max Porter, che è stato nominato dal Guardian First Book Award, dal Dylan Thomas Prize, dal Sunday Times/Peters Fraser e altri. il racconto è un po' fiaba, romanzo, poesia e tratta una struggente storia sul dolore, analizzando la perdita di una persona cara e come la forza dell'immaginazione e delle parole aiutano a vivere.

            La trama è quella di un uomo, studioso di Ted Hughes, che è rimasto solo con i due figli, nella loro casa di Londra, dopo la morte della moglie. I tre devono fare i conti con un dolore ingombrante come una presenza. Fino alla visita inaspettata di uno strano personaggio che ha le piume e l'aspetto di un corvo. Sostanzialmente è una favola sull'elaborazione del lutto: la loro disperazione prende corpo in un grande corvo che vivrà a casa loro per il tempo necessario fino a che la loro disperazione lacerante e immobilizzante si trasformi in dolore sopportabile.

            Tutta la narrazione è in prosa poetica ripartita per punti di vista: quelli del padre, dei bambini e del corvo; più che bello il libro mi sembra furbo, perchè va a toccare i nostri lutti famigliari, solleticando le nostre corde del dolore e in più riesce in poche pagine anche a ritagliare squarci sul futuro di questo nucleo, parlando anche a noi di un futuro possibile senza le persone da noi amate e scomparse.

            Sinceramente ho letto di meglio, ma devo anche dire che la lettura non mi ha portato via molto tempo; l'idea del corvo, che è la parte "favoleggiante" e focale del racconto è brillante ma secondo me sviluppata in maniera pessima e la scrittura più che aiutare a entrare i sintonia con i personaggi, mi ha allontanato. Le uniche parti interessanti, coinvolgenti e ben scritte del libro sono quelle dei bambini. Secondo me l'autore qui ha centrato in maniera eccellente i sentimenti e l'elaborazione del lutto dal punto di vista infantile.

            In ogni caso, una lettura superflua.


            Voto: 1/5

              sabato 1 luglio 2017

              Il soldato dimenticato - Guy Sajer


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              I Contenuti

              Questo libro ricostruisce la seconda guerra mondiale sul fronte orientale, visto attraverso gli occhi di un soldato tedesco adolescente. In un primo momento un'avventura emozionante, la guerra di giovane Guy Sajer diventa nella vastità gelida dell'Ucraina, una semplice, disperata lotta per la sopravvivenza contro il freddo, la fame, e, soprattutto, l'artiglieria sovietica terrificante. In qualità di membro della divisione d'elite Gross Deutschland, ha combattuto in tutte le grandi battaglie da Kursk a Kharkov. Dal punto di vista del fante tedesco questo diventa un libro di memorie di guerra unico: Christian Science Monitor ha detto che "potrebbe essere il libro sulla Seconda Guerra Mondiale che è stato così a lungo atteso." Il libro contiene le foto di soldati che combattono attraverso la neve, il fango, villaggi bruciati, e le città divenute macerie che raffigurano i disagi e la distruttività della guerra. 

              La Recensione

              Il soldato dimenticato, in originale "Le soldat oublié", è un romanzo di guerra autobiografico del francese Guy Mouminoux, scritto con il nome tedesco (da parte di madre) Guy Sajer, pubblicato da Sperling & Kupfer nel 1976. Ha ricevuto il premio Deux Magots. L'autore come abitante dell'Alsazia a 16 anni viene arruolato nella Wehrmacht. Dal 1943 combatte sul fronte orientale come volontario nella divisione Grossdeutschland. Il libro è stato tradotto in 38 lingue e venduto in circa tre milioni di copie.

              La trama di questa storia ha inizio nel luglio 1942, mentre Guy Sajer non ha ancora diciassette anni. Francese da parte di padre e tedesco da parte di madre, cittadino Alsaziano, si arruola volontario nella Wehrmacht, dove dopo l'addestramento nei pressi di Varsavia si troverà nelle divisioni per la fornitura di truppe sul fronte orientale a Bialystok e Minsk e poi Gomel e Kiev. Nell'inverno del 1942, la progressione verso Romny è resa difficile dagli intensi attacchi di freddo e dai russi; la sua unità non raggiungerà mai Stalingrado. Fermato intorno Kharkov, l'unità ripiegherà al centro di smistamento di Kiev. A partire dal 1943, dopo aver riposato in congedo a Berlino e Magdeburgo, dove ha incontrato Paula, si è offre volontario nella divisione Grossdeutschland, una divisione speciale e così conoscerà il combattimento in prima linea, in particolare a Belgorod, durante la battaglia di Kursk . Costretti a ripiegare dal nemico fino a Dnieper conoscerà le condizioni peggiori, fino ad ammalarsi gravemente. Durante l'inverno del 1943, gli viene assegnato il suo secondo congedo, che non potrà usare per via degli attacchi continui dei sovietici, verrà rimandato in prima linea e a volte combatterà a fianco di unità delle SS. La primavera successiva, incontrerà ancora i suoi compagni sul Dnepr, anche qui incalzati dai russi che dopo molte battaglie, li faranno ripiegare a Reghin, nell'estate del 1944. Da qui sarà un continuo lottare senza speranza e in condizioni pietose lasciando terreno in Polonia, poi in Prussia orientale, fino a Memel, dove aiuterà i civili ad evacuare dalla città. Ci sarà ancora Danzica, Gotenhafen ed Hela, dove riuscirà ad imbarcarsi nell'aprile del 1945 per la Danimarca, fino a Kiel dove in battaglia contro gli anglo-americani si arrese senza combattere, nei pressi di Lauenburg. Sarà fatto prigioniero in Mannheim e rapidamente rilasciato a causa della sua origine francese. Tornerà a casa distrutto e malato gravemente, cercando di abituarsi ad una vita da civile che ormai non comprende neanche più.

              Sicuramente è uno dei più "belli", anche se il termine stona parecchio, racconti di guerra da me letto e se riuscite a reperirlo lo consiglio come una lettura obbligata per comprendere quella che fu la seconda immane tragedia del novecento. E' un libro atroce, lancinante, spaventoso. Di un realismo in molti punti insostenibile: la cronaca asciutta, tragica, essenziale di un ragazzo che si trova coinvolto in una guerra spietata, allucinata, immane. Oltretutto la viviamo da un insolito punto di vista, quello del soldato tedesco, i perdenti. La storia è sempre stata scritta dai vincitori e qui abbiamo l'opportunità di cogliere anche il vissuto da chi è stato dall'altra parte, passaggio fondamentale per comprendere che, come dice l'autore stesso, il dolore non ha nazionalità.

              La sofferenza dei soldati è universale, così come il senso di appartenenza, il cameratismo e il sangue che viene sparso sui terreni di battaglia e che gronda da queste pagine come monito per tutti, che dovrebbe indurci a respingere qualsiasi forma di guerra, di violenza, di massacro. Ma la storia si ripete sempre, perchè gli uomini non riescono a concepire il concetto di pace e di amore universale.

              E' una lettura tragica, straziante in moltissimi tratti, che quasi ti fa vergognare di essere seduto in poltrona mentre il protagonista lotta disperatamente per conservare la sua umanità quando massacri, privazioni e sofferenze atroci lo metteranno ad un passo anche dal considerare il suicidio, strema razio davanti alle insensatezze della guerra.

              La storia dell'uomo passa anche da questi crocevia e sarebbe doveroso far leggere libri come questi nelle scuole insieme ai libri di storia, per comprendere davvero, per evitare che tutto questo possa riaccadere. Per elevare l'uomo al di sopra di miserie come queste.

              Imperdibile.

              Il dolore non ha nazionalità.


              Voto: 5/5

                mercoledì 14 giugno 2017

                L'orda del vento - Alain Damasio


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                I Contenuti

                Questa è la storia di una terra circondata dai ghiacci e spazzata dal vento. Da un vento che cambia sempre forza, intensità e direzione. Ma non smette mai di soffiare. Costante e implacabile. Questa è la storia della 34a Orda, decisa a scoprire l'origine del vento. Un'impresa che dura da otto secoli. E delle 33 Orde precedenti si è persa ogni traccia. Però questa Orda è diversa. Ha già attraversato la città in cui scorre un fiume di vento. Si è già sottratta alla morte superando vortici e cicloni. È arrivata più in là di qualsiasi altra Orda. Questa è la storia di ventidue personaggi, ognuno con la propria voce e molto da raccontare. Caracollo, il trovatore, estroverso, misterioso, profondo, sognatore e veggente. Oroshi, l'aeromastra, che dedica tutta se stessa a scoprire la verità. Sov, lo scriba, insicuro e dubbioso, che osserva e giudica. Erg, il guerriero-protettore, coraggioso al limite della follia.… Questa è una storia che comincia a pagina 625 e finisce a pagina 0. Questo è un romanzo destinato a lasciare il segno. Questo e molto altro è L'Orda del vento.


                La Recensione

                L'Orda del vento, in originale "La Horde du Contrevent", è un romanzo fantasy del francese Alain Damasio pubblicato da La Volte nel 2004 e vincitore del Grand Prix de l'Imaginaire nel 2006. Si segnala che uno studio di produzione sta attualmente lavorando alla creazione di un lungometraggio in computer grafica dedicato all'opera. Un paio di curiosità sul libro sono: la numerazione delle pagine che avviene in ordine inverso, infatti il romanzo inizia a pagina 622 per finire nella pagina 0 e che l'autore ha inventato per il romanzo un sistema complesso per la notazione del vento; questo sistema utilizza la punteggiatura per descriverne il ritmo e la variazione.

                La narrazione avviene a più voci: all'inizio di ogni paragrafo un simbolo mostra al lettore il personaggio narrante, ciascuno con il proprio modo di esprimere se stesso e il suo punto di vista sugli eventi. La storia viene narrata da tutti i componenti dell'Orda, in totale 23. Ognuna delle 34 orde partite alla volta dell'Estrema Vetta nei secoli precedenti è composta dallo stesso numero di componenti e ogni personaggio ha un suo ruolo preciso ed un simbolo che lo identifica:

                Ω Golgoth - tracciatore, colui che guida l'orda
                Π Pietro della Rocca - principe
                ) Sov Strochnis - scriba che tiene il resoconto della spedizione
                ¿’ Caracollo - trovatore
                Δ Erg Machaon - guerriero e protettore dei membri dell'orda
                ¬ Talweg Archippe - geomastro
                > Firost de Toroge - pilone
                ^ Astro, l'astoriere - uccellaio-cacciatore
                ‘, Steppa Forcide - fiorone
                )- Arval Redhamaj - esploratore
                ˇ• Darbon, il falconiere - uccellaio-cacciatore
                ∞ Horst e Karst Dubka - due gemelli identici, ali
                χ Oroshi Melicerte - aeromastra
                (•) Alma Capys - guaritrice
                < > Aoi Nan - coglitrice e rabdomante
                ∫ Larco Scarsa - bracconiere del cielo
                ◊ Learca - artigiano del metallo
                ~ Calliroe Deicoon - focaia, cioè colei che ha il compito di accendere i fuochi
                ∂ Boscavo Silamfro - artigiano del legno
                ≈ Coriolis - crocco, ovvero chi trasporta le provviste. Il suo nome è chiaramente ispirato alla forza di Coriolis
                √ Sveziest - crocco
                ]] Barbak - crocco

                L'Orda del Vento ha la seguente trama: in un mondo dominato da venti e correnti fortissime, distruttive, abitato da popolazioni particolari, sopravvissute al caos e adattate loro malgrado alla pessima fauna scolpita dal Vento, un gruppo di uomini e donne appartenenti alla 34ª Orda è decisa a scoprire l'origine del vento. Un'impresa che dura da otto secoli. E delle 33 Orde precedenti si è persa ogni traccia. Però questa Orda è diversa. Ha già attraversato la città in cui scorre un fiume di vento. Si è già sottratta alla morte superando vortici e cicloni. È arrivata più in là di qualsiasi altra Orda. In balia dei Croni, particolari esseri semi senzienti che appaiono dopo il Fuorvento, la manifestazione piu' pericolosa fra quelle conosciute del Vento, questa squadra d'élite, addestrata fin dalla tenera età a compiere quest'impresa colossale e decisi a superare qualsiasi avversità, senza avvalersi di aiuti esterni e contrando senza sosta soltanto per mezzo del corpo e della propria forza di volontà. 

                Tramite un sistema di narrazione a POV alternati, in cui per ciascun personaggio, ad inizio paragrafo, vi è un simbolo identificativo per consentire al lettore di comprendere quale dei membri dell'orda stia parlando in quel frangente, l'autore ci racconta la sua storia che però risente, sebbene di base ci sia un'idea davvero originale e ben congegnata, di troppe parti lente, prolisse, di termini tecnici inventati e di poco senso anche per un libro fantasy. Tutta la parte "mistica" è mal costruita e confusa: il lettore ci si perde facilmente.

                Le prime duecento pagine sono veloci, benchè confuse , perchè si entra direttamente nel vivo della storia e l'ambiente, i personaggi, il mondo stesso, ci sono presentati solo tramite le azioni. Ma è solo l'inizio, purtroppo troppo presto arrivano capitoli prolissi e lenti e la lettura viene ulteriormente appesantita dal fatto che la storia viene narrata in parti più o meno lunghe secondo il punto di vista di ciascuno dei membri dell'Orda. Dopo metà romanzo ho smesso di "controllare" da quale punto di vista mi arrivava la descrizione dei fatti. Inutile infatti andare li' a verificare le "sfumature". Di personaggi ne salvo due: Golgoth e Caracollo. Gli unici veramente costruiti bene e originali.

                Per quasi tutta la trama avviene che: si costruisce lentamente la storia, si arriva al suo evento culminante e lo si fa accadere in due righe senza riprenderlo piu' se non come fatto compiuto e accettato da tutti; si allunga il brodo all'esasperazione con pagine e pagine di descrizioni e racconti antecedenti e personaggi che devono essere aggiornati sui fatti sempre per poi chiudere il tutto con due righe.

                Ma veniamo al finale, perchè malgrado tutto, vuoi sapere anche tu cosa c'è alla fine di tutto, e scopri che lo puoi dividere in tre momenti:

                1. quello che che ti aspetti: scontato.
                2. quello che non ti aspetti: buono ma, come sempre, troppo prolisso.
                3. l'epilogo vero e proprio: vuoi che un qualsiasi vento ti strappi di mano questo libro.

                Alla fine hai usato quasi settecento pagine per arrivare a dire che la vita altro non è che un cerchio, un reiterare continuo degli eventi, e che gli stessi eventi possono essere affrontati solo, e sempre, con la grinta, la rabbia e la forza di volontà. Bravo, di romanzi che me lo hanno detto ne ho letti a centinaia, molto più interessanti di questo; ripeto che secondo me eliminando molte delle parti "mistiche/filosofiche", alcuni personaggi del tutto inutili, concentrando il tutto più sull'azione che sulle seghe mentali, poteva venire fuori un grande Heroic Fantasy, come non se ne leggono da tempo al cui centro poteva starci Golgoth.

                Ma quello che ti rimane in mano alla fine di questo romanzo è solo vento e neanche di quelli pià forti.


                Voto: 2/5

                  domenica 11 giugno 2017

                  Il cavaliere svedese - Leo Perutz


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                  I Contenuti

                  Leo Perutz è riconosciuto maestro di una specie particolare del fantastico: quella che si insinua nella realtà come una goccia di veleno, e la trasforma dall’interno in un’avventura demoniaca, senza che ci sia bisogno di ricorrere a troppo evidenti apparati di prodigi. Ma l’effetto è ancora più inquietante. Nel Cavaliere svedese, sullo sfondo fosco di un’Europa di briganti, dragoni e locandieri all’inizio del Settecento, si racconta la storia di un ladro vagabondo che ruba l’identità a un giovane cavaliere svedese, diventando così egli stesso un potente che riesce ad attuare tutti i suoi sogni. Ma la potenza del «barone del malefizio» aleggia, palpabile e imprendibile, su questa vicenda. E il Diavolo sa riapparire sempre, per lo meno quando la partita giocata con lui si avvicina alla fine.


                  La Recensione

                  "Il cavaliere svedese", in originale "Der schwedische Reiter" è un romanzo d'avventura di Mohamedou Leo Perutz , edito nel 1936. L'autore è stato uno scrittore e drammaturgo ceco naturalizzato austriaco... i grandi narratori d'avventure sono rari e sicuramente Leo Perutz è tra questi, anche se morirà praticamente dimenticato, talmente dimenticato che quando muore, Ladislao Mittner nella prima edizione della sua Storia della letteratura tedesca non lo cita nemmeno nell' indice dei nomi dove invece ben figurava quell' Alexander Lernt-Holenia che di Perutz s'era proclamato allievo ed erede. 

                  Tanto per descrivere brevemente l'autore si riporta un anedotto: Perutz è sulla trentina allo scoppio della prima guerra mondiale. Arruolato nell' esercito austro-ungarico, parte tra i primi per il fronte orientale, viene ferito quasi subito e rimpatriato. Gli devono togliere due costole. Rifiuta l' anestesia, stringe qualcosa tra i denti mentre il chirurgo affonda i ferri, e fruga. Quando l' operazione è finita, reclama le ossa e le getta al suo molosso che però, dopo averle annusate, s'allontana senza toccarle... Perutz è contento: "Ora so che il mio cane non è un cannibale", esclama.

                  Il cavaliere svedese è mistero, superstizione, avventura, in un'atmosfera oscura, un po' fiabesca, sebbee realistica di una Europa d'inizio settecento: un ladro (soprannominato l'Acchiappagalli) e il giovane Christian Von Tornefeld (svedese, di nobili origini e disertore) in fuga dall'esercito cercano rifugio in un mulino abbandonato. L'edificio gode di dubbia fama a causa della leggenda che circonda il proprietario: un mugnaio suicidatosi per debiti che ora ripiana sorgendo dalla tomba e reclutando nuove braccia per le infernali fucine del suo creditore, il vescovo. Sbafato il cibo trovato sul tavolo del mulino i due fuggiaschi si ritrovano davanti il proprietario vivo e vegeto, ben intenzionato a far pagare ai due intrusi il loro pasto con il lavoro in fonderia. Con l'inganno il ladro riesce ad abbandonare il giovane Christian nelle mani del mugnaio e a sfuggire il suo destino di condannato spacciandosi per il nobile compagno e assumendone il nome. Il libro segue le avventure dell'Acchiappagalli fino alla loro conclusione, una dimostrazione di come non sia possibile ingannare il destino e che i debiti prima o poi vanno ripagati.

                  L'autore è capace di costruire con immensa abilità d'artigiano e alta resa drammatica, una storia intorno a dei personaggi e a una trama abilmente calcolata. Sicuramente uno dei protagonisti principali è il ruolo giocato dal destino sullo sviluppo dei fatti e la vita dei personaggi di questo libro. Dunque avventure, misteri, superstizioni, giuramenti mancati e sensi di colpa, amore e odio, 
                  vendette e perdoni e dialoghi perfetti. E su tutto il Destino che incombe inesorabile e minaccioso come minacciosi incombono sul paesaggio i forni e le ferriere dell’”ambasciatore del diavolo”. Inesorabile la rovina che, dopo tanta felicità conquistata a durissimo prezzo, si abbatterà sul protagonista trascinandolo nelle eterne tenebre. 

                  Davvero bellissimo, uno di quei libri che finiscono troppo presto. Pochi romanzi del Novecento europeo possiedono tanta bellezza e valore esemplare. 

                  Imperdibile!

                  “...noi non siamo altro che una palla nelle mani della volubile fortuna, che ci lancia in alto per farci ancor più duramente ricadere..."


                  Voto: 4/5

                    lunedì 27 febbraio 2017

                    12 anni a Guantánamo: Incarcerato, torturato, innocente - Mohamedou Ould Slahi


                    12 anni a Guantánamo: Incarcerato, torturato, innocente

                     

                    I Contenuti

                    Quando, nel 2002, Slahi viene mandato nel famigerato campo di detenzione di Guantánamo, è costretto a sopportare tutto il peggio che un carcere può offrire, compresi mesi di deprivazione sensoriale, tortura, violenze sessuali, minacce di ogni tipo, perfino ai suoi cari. Dopo tre anni di prigionia, ha cominciato a scrivere a mano la sua storia, in inglese, la lingua che ha imparato interagendo con i suoi carcerieri. Nel 2007 l'Fbi, la Cia e l'intelligence americana hanno stabilito che non ci sono elementi per collegare Slahi ad alcun atto di terrorismo. Non è mai stato accusato formalmente di alcun crimine. Nel 2010 un giudice federale ha ordinato la sua scarcerazione. Eppure resta a Guantánamo. Nonostante questa inimmaginabile ingiustizia, Slahi rimane tollerante, razionale, benevolo. La sua è una memoir intima e personale, spaventosa, pervasa da una grazia sorprendente. Il suo manoscritto è stato ora declassificato dal governo americano e le sue parole ispirate, percorse da un umorismo dark, comunque devastanti, sono finalmente a disposizione di tutti. Raccontano una storia scioccante, fondamentale, che ha il potere di modificare la considerazione di ciascuno e rappresenta un documento di immensa importanza storica. Il risultato è una lettura avvincente e rivelatrice, un racconto di perseveranza umana portata al limite, ma mai spezzata.


                    La Recensione

                    "12 anni a Guantánamo: Incarcerato, torturato, innocente", in originale "Guantánamo Diary" è un romanzo/diario di prigionia di Mohamedou Ould Slahi, edito nel 2015. Slahi ha scritto questo libro di memorie mentre era ancora imprigionato, nel 2005, e noi lo possiamo leggere perché il governo degli Stati Uniti ha recentemente declassificato molto materiale al riguardo ma facendo numerose redazioni e cancellature (parte del libro presenta linee nere su frasi, nomi e paragrafi interi). Le quattrocentosessantasei pagine sono state scritte in inglese, una lingua che Slahi ha imparato a Guantánamo. 

                    Il libro ha provocato molte reazioni ed è diventato un bestseller internazionale. Quando sono trapelate queste pagine l'autore si trovava ancora in stato di detenzione e infatti il libro si chiude con ancora il protagonista rinchiuso a Guantánamo. 

                    Il libro fornisce i dettagli degli interrogatori subiti dal protagonista: è stato vittima del trattamento speciale riservato ai presunti terroristi e voluto da Donald Rumsfeld negli anni della presidenza Bush; torture sia psicologiche che fisiche, tra cui l'alimentazione forzata anche con acqua di mare, molestie sessuali da parte dei suoi inquisitori donne, sottoposto a una finta esecuzione e ripetutamente picchiato, preso a calci in faccia, privato del sono e costretto a stare in posizioni scomode per giorni interi, segregazioni in celle a bassissima temperatura, privato di tutto, dall'igiene personale, alla preghiera, dal possedere alcunché, alla preghiera... il tutto senza mai essere accusato formalmente di nulla. La vicenda giudiziaria di Slahi inizia nel 2000 quando, dopo aver trascorso oltre un decennio lavorando come ingegnere in Germania e in Canada, Slahi torna in Mauritania. Qui viene arrestato due volte, sotto richiesta degli Usa, e viene interrogato per il suo presunto coinvolgimento nel Millenium Plot, una serie di attentati progettati da Al Qaeda per l’inizio del nuovo millennio. Slahi viene rilasciato una prima volta, per essere poi nuovamente fermato nel settembre 2001 in Mauritania e interrogato dall’Fbi in patria. Viene nuovamente rilasciato, ma a novembre la polizia mauritana lo preleva ancora una volta per un nuovo interrogatorio: Slahi questa volta finisce su un volo segreto della Cia che lo porta in Giordania, dove sarà interrogato per sette mesi. Slahi è vittima di un’extraordinary rendition e nemmeno la famiglia ha più idea di dove si trovi. Non tornerà più a casa. Dalla Giordania, un altro volo segreto della Cia lo porta questa volta in Afghanistan, nella base Usa di Bagram. Siamo a luglio 2002 e i fatti narrati nel diario di Slahi hanno inizio qui, mentre la scrittura del testo ha inizio nel 2005. Ad agosto 2002, Slahi è trasportato in aereo a Guantanamo, a Cuba, da dove non uscirà più. In questi 14 anni a Slahi non sono state formalizzate accuse di alcun tipo: la sua vita è stata rapita e portata al di fuori di ogni legge e buttata nel limbo della lotta al terrorismo dell’America di Bush e Obama, dove i diritti umani possono essere sospesi sulla base di nessuna prova. Il coinvolgimento di Slahi nei fatti che lo hanno visto protagonista involontario sono legati alla sua effettiva affiliazione con i mujaheddin – elemento che Slahi non ha mai negato – nei primi anni ’90 quando Slahi andò in Afghanistan per unirsi alla guerra contro l’Unione sovietica e ricevere addestramento in un campo di Al Qaeda. Le ultime attività di Slahi e il gruppo risalgono però al 1992, periodo in cui Al Qaeda era considerata ancora un alleato dagli Usa nella lotta anti-Urss. Da quel momento, i legami di Slahi con Al Qaeda si interrompono completamente fatto salvo contatti personali con ex-compagni di militanza. Nel frattempo Slahi è in carcere a Cuba da sei anni e solo nel 2008, quando la Corte Suprema degli Usa stabilisce che i detenuti di Guantanamo possono ricorrere contro la loro detenzione, il suo caso viene riaperto per una revisione. Nel marzo 2010 una corte federale ordina la scarcerazione di Slahi per mancanza di prove, per l’effettiva non affiliazione con Al Qaeda al momento dell’arresto e perché alcune confessioni di Slahi erano state ottenuto con la tortura. L’amministrazione Obama ha ricorso in appello contro la decisione. La svolta nella situazione di Slahi è avvenuta la scorsa estate, quando la Periodic Review Board, che ripercorre i casi dei singoli detenuti, ha ribadito come Slahi non rappresentasse alcuna minaccia per gli Usa e andasse di conseguenza liberato. 

                    Sappiamo ora che il 14 luglio del 2016 a Slahi è stato approvato il rilascio dalla detenzione e che il 17 ottobre è stato liberato e ha avuto permesso di tornare a casa in Mauritania. In totale quest'uomo è stato rinchiuso, e torturato, senza accusa per quasi 14 anni. 

                     La storia del diario è a sua volta incredibile: man mano che Slahi aggiungeva pagine alle sue memorie, queste venivano ritirate e poste sotto segreto: i legali e la famiglia di Slahi ha cercato per anni, senza successo, di ottenere il manoscritto di 466 pagne. Aclu, dopo un’estenuante battaglia legale a colpi di Freedom of Information Act, è riuscita a ottenere la desecretazione del testo, consegnato comunque pesantemente censurato. Il livello di cancellazione è tale che intere pagine del testo sono totalmente oscurate. 

                    Credo che questo racconto scritto in prima persona sia un’opera irrinunciabile per comprendere la guerra al terrore di questi anni e i suoi abusi: pochi altri testi hanno una portata documentaristica e storica tale e possono offrire testimonianze dirette su alcune delle pagine più nere della storia recente degli Stati Uniti. 

                    La lettura è complicata, difficile (per le molte note a corredo del testo che cercano di focalizzare gli avvenimenti storici a corredo), disturbante e ci vuole parecchio coraggio a leggere di uomini che applicano metodicamente e scientificamente la tortura verso altri uomini. Quello che ne emerge è la resistenza psicologia, più che fisica, di questo innocente che si è ritrovato rinchiuso e seviziato per quattordici anni della sua vita, senza praticamente nessun contatto umano se non quello dei suoi inquisitori e delle guardie che lo detenevano. 

                    Due cose su tutte mi hanno profondamente colpito di questo libro: la prima è la grandissima e incrollabile umanità di questa persona e la sue fede che va al di là di qualsiasi punizione fisica e morale nonostante si sia ritrovato in balia e alla completa mercé dei suoi simili e la seconda è come la più grande potenza democratica al mondo possa aver concepito una simile barbarie come Guantánamo. 

                    Una testimonianza che va al di là di qualsiasi parola.


                    Voto: 3/5

                      venerdì 17 febbraio 2017

                      Quando il respiro si fa aria. Un medico, la sua malattia e il vero significato della vita - Paul Kalanithi


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                      I Contenuti

                      A 36 anni, appena conclusa la scuola di specializzazione in neurochirurgia e con una brillante carriera davanti a sé, Paul Kalanithi scopre di avere un cancro ai polmoni in stato avanzato. Improvvisamente, da medico che si prende cura degli altri, Paul si ritrova, in una posizione diametralmente opposta, a lottare per la propria vita. Il futuro che lui e sua moglie avevano immaginato insieme evapora in un istante. Questo struggente memoir è la cronaca della trasformazione di Kalanithi da giovane studente di medicina, alla continua ricerca di cosa renda una vita piena di significato, a neurochirurgo di Stanford che si occupa di cervello, a paziente che deve affrontare una malattia mortale. Cosa rende la vita degna di essere vissuta quando ci si confronta con la morte? Cosa fare quando il futuro davanti a noi si appiattisce in un eterno presente? Cosa significa avere un figlio, nutrire una nuova esistenza mentre la propria svanisce? Sono solo alcune delle domande che Kalanithi si pone in questo memoir intenso e di grande scrittura. Paul è scomparso il 15 marzo 2015 mentre stava lavorando a questo libro, ma le sue parole sopravvivono: una riflessione indimenticabile sulle sfide che la morte ci obbliga ad affrontare e sulla relazione tra medico e paziente, da un brillante scrittore che è stato entrambe le cose.


                      La Recensione

                      "Quando il respiro si fa aria. Un medico, la sua malattia e il vero significato della vita", in originale " When Breath Becomes Air" è un romanzo di memorie di Paul Kalanithi del 2016. E' stato in vetta alle classifiche saggistiche per molte settimane negli Stati Uniti e ha riscosso molto successo in tutti i paesi in cui è stato pubblicato.

                      Paul Kalanithi è nato il 1° aprile 1977 e viveva a Westchester, New York . Era nato in una famiglia cattolica proveniente dallo stato meridionale indiano del Tamil Nadu, in India. Kalanithi ha frequentato la Stanford University , dove si è laureato con un "Bachelor of Arts" e un "Master of Arts" in letteratura inglese e un Corso di laurea in Biologia Umana nel 2000. Dopo Stanford, ha frequentato l'Università di Cambridge, dove si è laureato con un "Master of Arts" in Storia e filosofia della Scienza e Medicina. Anche se inizialmente ha considerato l'idea di perseguire un dottorato di ricerca in letteratura inglese, Kalanithi ha frequentato la "Yale School of Medicine", dove si è laureato nel 2007 con lode. A Yale, Kalanithi incontra Lucy Goddard, che sarebbe diventata la sua futura moglie. Dopo la laurea in medicina, Kalanithi torna a Stanford per completare la sua formazione in neurochirurgia e una borsa di studio post-dottorato in neuroscienze presso la Stanford University School of Medicine. Nel maggio 2013, gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni. Paul è morto all'età di 37 anni, nel mese di marzo del 2015. Questo libro sono le sue memorie, con l'epilogo scritto da sua moglie Lucy.

                      Un malato che è stato prima un dottore, un medico che si trasforma a 36 anni in paziente, chi indossa il camice bianco e cerca di salvare più vite umane possibile e cerca di arrivare con le parole là dove non si può arrivare con il bisturi, si ritrova ad indossare il camice verde, ad essere curato, sostenuto e consolato per affrontare una malattia senza scampo. Chi dovrebbe leggere questo libro? Tutti, nessuno escluso dovrebbe leggerlo. Ma per primi dovrebbero essere proprio i medici per capire cosa si prova ad essere dalla parte sbagliata del bisturi. Questo libro si interroga sul rapporto con la morte, e quindi con la vita.

                      Paul, da sempre, si interroga sul significato della vita, sul destino che accomuna ogni organismo vivente che nasce, cresce e muore, cercando disperatamente di scoprire il punto di intersezione tra la biologia, l’etica, la letteratura e la filosofia. Come dire a chi sta morendo che sta morendo e come essere davvero certi di poterlo dire, perché la vita scappa dalle previsioni e dalle statistiche. Utilizzando la scrittura per comunicare, riesce ad aprire, senza autocommiserazione, una vera breccia profonda in chi legge le sue parole apportatrici di grandi e fondamentali spunti di riflessione sulla natura dell’uomo e il suo ciclo vitale.

                      L’amore, il lavoro, il matrimonio, la semplice vita coniugale: bella e difficile, come quella di chiunque. La vita in generale, e poi inesorabile la malattia e la morte, quella fisica per Paul, quella sentimentale e spirituale per la sua famiglia, ma con la speranza di una vita nuova lasciata in eredità nella sua piccola bimba Cady, voluta e cercata quando era già malato, per dare continuità alla sua vita.

                      Non è un libro facile. Bisogna sceglierlo con consapevolezza. Occorre ponderatezza per avvicinarsi a questa delicata e sofferta storia. Si legge piano e con rispetto, affianco a un uomo che aveva scelto la missione di medico chirurgo. L'entusiasmo, la dedizione, la fatica, il progetto umano e professionale, lasciano spazio alla malattia, alla sofferenza e alla morte. Morire a trentasette anni.

                      Quello che se ne ricava, oltre a conoscere in maniera postuma una persona eccezionale, è l'insegnamento a non esitare: se hai qualcosa di importante da dire a qualcuno fallo e non rinviare; se hai qualcosa importante da fare: metti a fuoco, trova il coraggio. Decidi. 
                      Non angustiarti e dolerti di ciò che non sia davvero essenziale intorno a te.

                      Perchè ancora una volta la vita non ti aspetta. Vivila, ora.


                      Voto: 4/5